di Maria Michela D’Alessandro
Il Domani, 21 luglio 2026
Donald Trump ha proposto di riaprire il carcere federale come simbolo di una nuova stagione di “law and order”. Simile destino per il centro di detenzione per migranti in Florida, chiuso a giugno, ribattezzato “Alligator Alcatraz” al centro di polemiche per le condizioni di detenzione. Il traghetto lascia lentamente il Pier 33 di San Francisco. Bastano quindici minuti di navigazione per raggiungere l’isola di meno di un chilometro quadrato, poco più di un chilometro e mezzo dalla costa. Una lingua di roccia al centro della baia, con la skyline della città sullo sfondo.
Davanti a noi Alcatraz, il primo carcere di massima sicurezza americano chiuso nel 1963, dieci anni più tardi diventato un museo oggi visitato ogni anno da circa un milione e mezzo di persone. Prima ancora di attraccare, Alcatraz appare esattamente come il cinema l’ha consegnata all’immaginario collettivo. Le mura di cemento, le torrette di guardia, i gabbiani che sorvolano l’isola e, tutto intorno, l’acqua della baia. San Francisco è così vicina da sembrare raggiungibile a nuoto. È proprio questa vicinanza a rendere il luogo inquietante: la libertà è davanti agli occhi, ma irraggiungibile. Alligator Alcatraz, i centri Usa dove muore l’umanità.
La maggior parte dei visitatori arriva pensando ad Al Capone, alla fuga di Frank Morris e dei fratelli Anglin, a Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz o alle scene di The Rock con Sean Connery. L’audioguida, disponibile in diverse lingue, accompagna il percorso con le voci originali degli ex detenuti e degli agenti penitenziari. Non è una semplice visita guidata ma un racconto costruito attraverso chi ha vissuto il carcere. Le celle misurano poco più di due metri per tre. Ai detenuti erano garantiti soltanto quattro diritti: cibo, vestiti, cure mediche e un letto. Tutto il resto - dal lavoro alle visite familiari fino al tempo trascorso all’aria aperta - doveva essere conquistato con la buona condotta. Dal 1934 al 1963 Alcatraz ospitò alcuni dei criminali più pericolosi degli Stati Uniti, tanto da essere ribattezzata “la prigione delle prigioni”.
In ventinove anni si contarono quattordici tentativi di fuga che coinvolsero trentaquattro detenuti. Nessuno venne mai dichiarato ufficialmente riuscito, anche se il destino di Frank Morris e dei fratelli Anglin continua ancora oggi ad essere ispirazione per libri, documentari e film. Tra i pannelli esplicativi del percorso espositivo si racconta anche di una partita di baseball. Durante l’ora d’aria i detenuti giocavano nel piccolo campo ricavato nel cortile mentre, alle loro spalle, si vedevano perfettamente i grattacieli di San Francisco. Alcuni ex prigionieri hanno raccontato che il momento più difficile della giornata non era la solitudine della cella, ma osservare la città così vicina da distinguere le luci delle case e, nelle giornate di vento favorevole, sentire arrivare perfino la musica dalla terraferma. Stati Uniti, una seconda persona uccisa da agenti dell’Ice nel Maine Camminando tra i corridoi, però, ci si accorge che l’isola racconta molto più dei gangster che la abitarono. Prima di diventare il penitenziario federale più famoso d’America, Alcatraz era una prigione militare. Tra queste celle passarono disertori, soldati accusati di furto, ubriachezza o insubordinazione, ma anche obiettori di coscienza della Prima guerra mondiale.
Una delle esposizioni temporanee ricorda inoltre i cosiddetti “Men of Baker Street”: sei militari incarcerati nel 1918 dopo essere stati accusati di aver intrattenuto relazioni omosessuali. Molto prima di Al Capone, Alcatraz era già uno specchio di ciò che ogni epoca americana decideva di punire. La storia dell’isola non si conclude nemmeno con la chiusura del carcere. Tra il 1969 e il 1971 Alcatraz venne occupata dal movimento Indians of All Tribes, che rivendicava la restituzione delle terre federali inutilizzate ai popoli nativi e proponeva di trasformare l’ex prigione in un centro culturale indigeno. L’occupazione durò diciannove mesi ed è oggi considerata uno dei momenti simbolici della rinascita dell’attivismo dei nativi americani.
Ancora oggi, sopra l’ingresso principale, sono visibili le scritte “Indianland” e “Indians Welcome”, lasciate dagli occupanti come testimonianza di quella protesta. Nel 1973 Alcatraz riaprì con un’altra veste: quella di museo. Oggi le celle, gli oggetti appartenuti ai detenuti e gli strumenti utilizzati durante la celebre evasione del 1962 sono esposti come reperti storici. Nei paradossi di Alcatraz c’è anche chi posa sorridente dentro a una cella. Un luogo costruito per impedire alle persone di entrare o uscire liberamente diventato una delle mete turistiche più visitate della California. Eppure, tra tutti i pannelli esposti, ce n’è uno che racconta forse la trasformazione più significativa. Ripercorrendo la storia dei direttori del carcere, uno ricorda che nei primi anni l’obiettivo principale fosse “rimuovere gli incorreggibili dalla società”.
Con il passare del tempo, invece, l’opinione pubblica americana iniziò a chiedere che le prigioni non servissero soltanto a punire, ma anche a riabilitare i detenuti e reinserirli nella comunità. In poche righe è riassunto un secolo di dibattito sul sistema penitenziario degli Stati Uniti.
Anche il modo di raccontare il carcere è cambiato. Se Hollywood ha contribuito a trasformare Alcatraz in un mito attraverso film come Fuga da Alcatraz e The Rock, oggi milioni di americani conoscono la vita dietro le sbarre anche grazie a Ear Hustle, il podcast nato all’interno del carcere di San Quentin. Qui non ci sono criminali leggendari né fughe spettacolari: sono gli stessi detenuti a raccontare la quotidianità della prigione, le relazioni familiari, gli errori e la speranza di una seconda possibilità. Proprio mentre il dibattito sembrava essersi spostato almeno in parte sulla riabilitazione, Alcatraz è tornata improvvisamente nel linguaggio della politica. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proposto di riaprire il carcere federale come simbolo di una nuova stagione di “law and order”.
L’idea è stata accolta con scetticismo da molti esperti, che ricordano come il penitenziario fosse stato chiuso nel 1963 soprattutto per gli enormi costi di gestione e il deterioramento delle strutture. Mantenere un carcere su un’isola significa trasportare quotidianamente acqua potabile, cibo, carburante e materiali da costruzione. Restaurarlo sarebbe costato più che costruire una nuova prigione. Storia diversa ma simil destino per il centro di detenzione per migranti costruito nelle Everglades, in Florida, chiuso alla fine di giugno.
Ribattezzato “Alligator Alcatraz” dall’amministrazione Trump, richiama l’idea di una prigione naturale circondata da alligatori e acquitrini dalla quale sarebbe impossibile fuggire. Alligator Alcatraz è stato al centro di accese polemiche per le condizioni di detenzione, la gestione dei migranti e le denunce sollevate da organizzazioni ambientaliste e per i diritti umani come Amnesty International. Fortezza militare, penitenziario federale, luogo di protesta dei nativi americani, museo, set cinematografico e, oggi, di nuovo slogan politico.
Pochi luoghi riassumono così bene le trasformazioni del paese. Quando il traghetto riparte verso San Francisco, l’isola torna lentamente a rimpicciolirsi fino a tornare a far parte del panorama da cartolina con l’imponente Golden Gate Bridge. Le celle, invece, rimaste vuote dal 1963, continuano a riempire il dibattito americano.










