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di Michela Cuccu

La Nuova Sardegna, 29 settembre 2026

Bere vino o birra in carcere non è un diritto fondamentale, ma una concessione che spetta solo all’amministrazione penitenziaria. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, chiudendo un duro braccio di ferro nato dietro le sbarre della Casa di reclusione di Oristano. Con le sentenze gemelle della Prima sezione penale, i giudici hanno annullato i provvedimenti con cui la magistratura cagliaritana aveva concesso l’alcol a due detenuti di alta sicurezza.

I due detenuti, ristretti nel circuito di alta sicurezza del carcere di Massama, avevano chiesto di acquistare modiche quantità di alcolici allo spaccio interno. Contro il no della Direzione, si erano rivolti al magistrato di sorveglianza di Cagliari, che nel 2025 aveva accolto il reclamo. Da Oristano era partito subito un ricorso, ma la linea iniziale del giudice era stata poi confermata anche dal Tribunale di Sorveglianza.

I giudici cagliaritani avevano definito il divieto “generalizzato e sproporzionato”: non si poteva vietare l’alcol in automatico solo per l’alta sicurezza senza una reale pericolosità concreta dei soggetti. Secondo la Cassazione, per evitare traffici in cella sarebbero bastate “soluzioni organizzative banali”, come la registrazione dei consumi.

Contro i brindisi in cella è sceso in campo il ministero della Giustizia con il DAP, portando il caso a Roma tramite i legali dell’Avvocatura dello Stato. La tesi del ricorso indicava come l’alcol alteri lo stato psicofisico e aumentai il rischio di violenze e suicidi in prigione, impedendo controlli puntuali nelle celle dove si consumano i pasti.

Nelle loro requisitorie scritte, i sostituti procuratori generali Valentina Manuali e Marco Paternello, hanno chiesto l’annullamento dei provvedimenti dei giudici di sorveglianza. La Cassazione ha dato ragione allo Stato, rilevando un difetto di potere dei magistrati sardi.

Il collegio, presieduto da Monica Boni con il consigliere relatore Massimiliano Micali, ha chiarito che la Sorveglianza interviene solo se viene leso un diritto soggettivo. Comprare vino o birra, scrive la Suprema Corte, non ha caratteri di necessità: è una “mera aspirazione a un bene della vita”. Di conseguenza, la scelta rientra esclusivamente nelle valutazioni discrezionali della Direzione del carcere. I decreti sono stati annullati senza rinvio: le bottiglie restano fuori.