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di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 18 giugno 2024

Strage di Roccella Jonica, lo strazio dei migranti superstiti. Il naufragio di una barca a vela con migranti al largo di Roccella Jonica. Salva una bambina di 10 anni. I volontari: ma è rimasta sola. Dieci anni e il cuore già a pezzi. Non ha più accanto sua madre, suo padre e la sua sorellina ed è disperata. Non fa che chiedere di loro, non sa che sono caduti in acqua e hanno dovuto arrendersi allo strapotere del mare; tre dei tanti corpi perduti per sempre nel Mediterraneo. Chi l’ha guardata sbarcare dice che non c’era niente negli occhi lucidi di quella bambina arrivata ieri mattina a Roccella Jonica. Sembravano spenti. Un momento di pausa dal pianto. Uno solo. Poi di nuovo lacrime. Di solitudine ma anche di sofferenza fisica, perché era così disidratata da avere dolori insopportabili alle braccia; sintomi che a inizio soccorso avevano convinto i medici che fossero spezzate. È arrivata in queste condizioni la più giovane dei dodici naufraghi approdati sulla terraferma di Roccella. Una donna sua compagna di viaggio non aveva più vita, gli altri dieci erano stremati, sofferenti, ma vivi.

Sulle cartine la Terra Promessa sembrava lì, a portata di mano. Dalla Turchia alla Calabria era un sogno possibile, si saranno detti tutti. Un’ottantina di persone disposte a rischiare la vita perché, come sempre, venire da questa parte del mondo significa avere la speranza di un’esistenza migliore, tornare indietro vuol dire non averne nessuna.

La vela della barca ha tagliato il vento per giorni e dopo un certo numero di albe e di tramonti la paura cominciava a far spazio alla fiducia. Ce la faremo, era il mantra di quelle famiglie, molte delle quali venivano da posti alla fine dei diritti umani come l’Afghanistan o l’Iran. Ma poi il mare è diventato grosso, sulla barca c’è stata un’esplosione, quella carretta ha cominciato a imbarcare acqua e la speranza è via via naufragata assieme alle vite della povera gente finita in mare.

Il comandante della Guardia costiera di Roccella Jonica, Daniele Ticconi, si è sobbarcato 24 ore di lavoro senza sosta per seguire le operazioni dei suoi uomini. Dice che “i naufraghi stavolta erano tutti particolarmente provati”, che “mentre intervieni sei addestrato per mantenere lucidità e professionalità” ma che poi, “quando torni a casa, la sera, porti con te l’umanità con la quale hai avuto a che fare, come l’immagine di quella bambina, così piccola e già così sola e disperata”.

Shakilla Mohammadi, mediatrice interculturale di Medici Senza Frontiere, racconta una strage di bambini perché i sopravvissuti le hanno detto che su quella bagnarola a vela fra i dispersi ci sarebbero “almeno 26 bambini” e che “intere famiglie afghane” sono finite preda del mare. Il dettaglio più indecente da tradurre è questo: “Viaggiavamo senza salvagente e alcune imbarcazioni non si sono fermate per aiutarci”. Nel porto della Locride hanno rimesso piede a terra “persone traumatizzate. È stata una scena straziante”, ripensa Shakilla. “Il dolore si toccava con mano”.

Hanno quasi tutti lesioni o fratture alle braccia e alle gambe, alcuni hanno ustioni gravi. E poi ci sono le ferite del cuore, le più profonde. Il ragazzo che ha visto morire la fidanzata, chi era partito con la famiglia ed è sbarcato solo, chi ha perduto un figlio, una moglie... C’è lei, la piccola che non ha più nessuno.

“Non ricorda cos’è successo e quando è arrivata era in forte stato confusionale. Gli altri ci hanno detto che è un’irachena curda” racconta dall’ospedale di Locri Concetta Gioffrè, vicepresidente del Comitato Riviera dei Gelsomini della Croce Rossa. “In Pediatria ci hanno concesso di stare con lei a lungo, le infermiere la coccolano, la trattano da regina. Ma lei non vuole né giocattoli né giocare. Si lamenta e urla perché vuole la mamma e la sorellina”. Concetta sospira. Pausa. Poi dice: “Ho sentito mio marito poco fa. Quando starà bene vorremmo ospitarla da noi, in attesa che si decida sul suo futuro”. Un raggio di sole in mezzo al cielo cupo di questo naufragio.