di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 25 giugno 2026
“Oggi le vittime della criminalità sono abbandonate a loro stesse, senza tutela, senza supporto, senza giustizia. Io non ho dubbi: tra Abele e Caino - dice Vannacci - sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. L’ultima notte in cella l’ha passata come tutti gli altri, a patire il caldo nell’afa delle carceri che esplodono di corpi. Poi il detenuto Gianni Alemanno può ritrovare la libertà e mandarla giù con un bicchiere di vino, di quelli agognati per un anno, cinque mesi e 24 giorni passati dietro le sbarre. “Non dovevo stare qua. Sono innocente rispetto ai fatti che mi sono stati contestati e il reato per cui sono qua è stato abolito”, dice subito l’ex sindaco di Roma. Che si rituffa nella folla di giornalisti e militanti poco prima delle dieci, lasciandosi alle spalle i cancelli di Rebibbia.
Dietro di sé ci sono i compagni di cella a cui ha promesso di continuare la lotta contro il sovraffollamento. Davanti a sé, invece, un futuro politico tutto da scrivere, nel nome della “nuova destra” che risponde all’appello di Roberto Vannacci. Alemanno lo incontrerà soltanto a sera, a cena, per discutere dell’alleanza già annunciata e tessuta in carcere. “Parleremo di molte cose - spiega ai microfoni assiepati davanti all’istituto romano - anche se non siamo d’accordo su tutto. Io sono un sovranista e non accetto una politica conservatrice”, perché “in Italia bisogna cambiare tutto. Non c’è niente da conservare”.
Il messaggio è soprattutto per Giorgia Meloni, che farebbe bene - dice Alemanno - ad alzare la cornetta per telefonare a Vannacci. Si vedrà. Per la politica c’è ancora tempo. “Non cerco candidature”. Il “martire” della giustizia, condannato in uno dei filoni dell’inchiesta “Mondo di Mezzo”, vuole parlare del suo tempo dentro, a beneficio di chi ci è rimasto. E perciò prima di volare a Prati per il rendez-vous con il generale, quello che serve è un pasto sociale con gli amici di sempre, sulla Tiburtina, menù supplì, lasagne e pizza.
Ai tavoli di “Mozzico” siedono i volti della destra romana e gli esponenti del movimento fondato dall’ex sindaco, Indipendenza, già arruolati tra le fila del generale. “La classe dirigente che ha retto botta” in questi mesi, dice Alemanno, che può finalmente riappropriarsi di simboli e principi, compresa la catenina che gli torna al collo. Il mezzogiorno di fuoco della capitale è l’ora della destra pronta a scendere in campo. Ma è anche l’ora di un sospetto, intorno a pranzo, quando dalle agenzie di stampa sbuca fuori una dichiarazione del generale. “Domenica prossima noi feccia saremo e parleremo con un’altra feccia dimenticata da questo Stato: le vittime della criminalità”, scrive sui social il leader di Futuro Nazionale. Che dà appuntamento al Teatro Comunale di Vicenza per un confronto con Giuseppe Cruciani e Alberto Filippi, l’ex senatore della Lega rapinato in casa proprio nel vicentino. “Oggi le vittime della criminalità sono abbandonate a loro stesse, senza tutela, senza supporto, senza giustizia. Io non ho dubbi: tra Abele e Caino - dice Vannacci - sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”.
Marcire, dunque, buttare la chiave. E ora chi glielo dice a quel popolo di detenuti che confidava nel politico uscito di cella per migliorare le cose? Per tutti questi mesi Alemanno ha dato loro voce con il suo diario dal carcere, denunciando condizioni di detenzione inaccettabili. Fatti di cui si trova traccia anche nella sua ultima lettera, in cui l’ormai ex detenuto parla di un universo penitenziario ancora più “degradato” e “abbandonato a se stesso” rispetto ai suoi 20 anni, quando per la prima volta era entrato in un istituto di pena. “Qua ho conosciuto una realtà terribile che è una vergogna per la nostra Repubblica - ribadisce nelle dichiarazioni di ieri -. Qua in carcere la Repubblica italiana perde la faccia per come tratta la gente, ma soprattutto perché non dà a chi se lo merita una possibilità di uscire a testa alta e di rifarsi una vita. E questa è una vergogna che la Repubblica italiana deve risolvere”. Per questo, ripete Alemanno, quella per un carcere umano è una battaglia trasversale. Di cui parlerà con Vannacci, se potranno ancora capirsi. E pure con il guardasigilli.
“Appena possibile, chiederò un incontro al ministro Nordio e ai vertici del Dap perché bisogna sfatare l’idea che avere carceri dignitose sia in contrasto con la battaglia per la sicurezza. Io rivendico l’intransigenza sulla sicurezza ma questa si difende solo se c’è un carcere che funziona, che combatte contro le recidive e non con la vecchia idea “Riempiamo le celle e ne buttiamo le chiavi”, come se così si potessero risolvere tutti i problemi. È esattamente il contrario”, ragiona l’ex sindaco. A cui il ministro della Giustizia replica subito, accettando l’invito. “Quanto prima sarò lieto di ascoltare Gianni Alemanno, così come ho ascoltato i rappresentanti della Polizia penitenziaria e delle famiglie delle vittime. Non conosco suggerimenti, in merito, del Generale Vannacci e non so se sia favorevole ad una sorta di amnistia. Personalmente credo che garantismo significhi enfatizzare la presunzione di innocenza e, quindi, ridurre la carcerazione preventiva e assicurare la certezza della pena irrogata dalla magistratura dopo un giusto processo”, spiega Nordio. Che ha i suoi dubbi. Come chi in queste ore si chiede se arriverà un po’ di sollievo, nel tam tam della politica, per quei 64mila detenuti lasciati nelle celle roventi.










