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di Alessandra Livi

tg.la7.it, 29 giugno 2026

Gianni Alemanno apre il confronto con Vannacci sul futuro delle carceri: “La sicurezza si fa con la riabilitazione, non lasciando marcire le persone nel degrado”. Gianni Alemanno è appena uscito dal carcere e l’intervista di Gaia Tortora a Omnibus è la prima che rilascia in Tv. Alemanno racconta la sua esperienza detentiva a Rebibbia, dove è finito a causa della revoca dell’affidamento in prova legato a una condanna a un anno e dieci mesi per traffico di influenze, un reato peraltro successivamente abolito. Per un caso del destino, l’ex sindaco di Roma si è ritrovato nella stessa identica cella in cui era stato rinchiuso quarant’anni prima, nel 1982, per militanza politica. Rispetto ad allora, ha trovato una situazione completamente devastata dal sovraffollamento, con l’istituto romano che viaggia sul 160% delle presenze.

Durante la detenzione ha tenuto dei diari, poi pubblicati in un libro insieme al compagno di cella Fabio Falbo, per denunciare le condizioni inimmaginabili e da “terzo mondo” delle carceri italiane.

Alemanno critica duramente la deriva burocratica del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e della magistratura di sorveglianza, colpevoli di frenare i percorsi di reinserimento e di ignorare i bisogni minimi dei detenuti, come dimostra il mancato utilizzo di ventilatori e attrezzi sportivi donati e rimasti bloccati nei magazzini.

L’ex esponente della destra ribadisce il suo fermo impegno per la sicurezza dei cittadini, ma sottolinea come questa sia complementare al rispetto della dignità umana e all’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione sulla funzione riabilitativa della pena. Senza studio e lavoro, infatti, la percentuale di reati è destinata a salire, trasformando il carcere in un’università del crimine che costa alla collettività 180 euro al giorno per detenuto.

 

Gaia Tortora: “Alemanno perché lei era in carcere?

Alemanno: “Allora, io ho avuto una condanna per traffico di influenze su un abuso d’ufficio di un anno e dieci mesi. Per i fatti che mi sono stati contestati ho sempre dichiarato la mia innocenza. La cosa paradossale è che quel reato - l’abuso d’ufficio, e di conseguenza il traffico di influenze - è stato abolito. Nonostante questo, la Cassazione ha ribadito che dovevo scontare questa pena. In più avevo ottenuto l’affidamento in prova. Durante questo periodo la Guardia di Finanza ha rilevato che mi muovevo fuori dal territorio; ero autorizzato, ma secondo loro mi muovevo al di fuori dei limiti consentiti, e sono stato arrestato. In realtà io avevo il permesso, perché per motivi di lavoro potevo uscire dal Lazio. La magistratura ha ritenuto che forzassi questi permessi poiché abbinavo impegni politici a quelli lavorativi. Cercavo ovviamente di potermi muovere mettendo insieme le cose, ma questo abbinamento è stato giudicato così grave da portarmi all’arresto il 31 dicembre, costringendomi a rifare tutto da capo. E questo nonostante facessi volontariato da Suor Paola, avessi subito una trentina di ispezioni a casa e avessi sempre rispettato le regole. Ho ricominciato da zero nonostante il PM stesso avesse chiesto di abbuonarmi almeno alcuni mesi; la magistratura di sorveglianza ha voluto invece farmi rifare tutto quanto.

Il ritorno a Rebibbia dopo quarant’anni

 

Gaia Tortora: “Era la prima volta che andava in galera?”

Alemanno: “No, sono stato in carcere a vent’anni, nel 1982, per un fatto di militanza politica: ho lanciato una bottiglia Molotov contro l’ambasciata sovietica. Per un caso del destino, mi sono ritrovato nello stesso reparto di Rebibbia, nella stessa identica cella. Quarant’anni fa Rebibbia sembrava uno studentato: era tutto pulito, in ordine e c’erano pochissimi detenuti. Adesso ho trovato una situazione completamente devastata dal sovraffollamento: Rebibbia oggi viaggia sul 160% di presenze, mentre la media nazionale è del 140%.

 

Gaia Tortora: “Per raccontare questa realtà sono stati fondamentali i ‘diari di cella’, pubblicati insieme a Fabio Falbo. Grazie a lui veniva descritto molto spesso ciò che accadeva quotidianamente. In uno degli ultimi passaggi, vicino alla scarcerazione, scriveva che “mi sembrava quasi di disertare una trincea. Spesso - continua Gaia Tortora - ho ripubblicato questi diari di cella e ho trovato commenti terribili. Alcune persone mi hanno chiesto perché invitassi Alemanno a parlare del tema delle carceri. Vorrei tanto spiegare a queste persone che non importa chi si inviti: tutte le persone che riescono a dare voce a quello che succede là dentro, che si dicano innocenti o meno, offrono una testimonianza fondamentale. Le condizioni delle nostre carceri italiane sono a un livello inimmaginabile.

Alemanno: Le nostre carceri non sembrano stare in Europa, ma nel terzo mondo. In paesi europei rigorosi e severi come la Germania o la Francia esistono condizioni completamente diverse. Ci tengo a sottolineare che mi fa piacere essere qui nella mia prima uscita con Gaia Tortora, che per esperienza familiare ha toccato con mano questa realtà. Purtroppo il problema fondamentale è che chi non ci passa direttamente o indirettamente non si rende conto. Non si tratta di fare del buonismo o di dichiararsi contrari alla certezza della pena e alla sicurezza dei cittadini: io sono assolutamente per la sicurezza e per la certezza della pena. Però va rispettata la dignità delle persone. Bisogna garantire la possibilità di riabilitazione attraverso il lavoro e lo studio per ricostruirsi una vita fuori, come prevede l’articolo 27 della Costituzione. Altrimenti, quando una persona esce, torna inevitabilmente a delinquere perché non ha alternative. In questi anni c’è stata una deriva sbagliata da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP) e della magistratura di sorveglianza. Ogni sforzo legato alla riabilitazione, al lavoro e alla cultura è stato frenato, da parte di questo dipartimento e con il sovraffollamento che ha generato un degrado nelle celle veramente insopportabile. A tutto questo si aggiunge una lentezza burocratica incredibile. Parlando di caldo, in cella si usano piccoli ventilatori. La direzione di Rebibbia dall’anno scorso ha nei magazzini 200 ventilatori regalati da un’associazione, rimasti bloccati lì per problemi legati ai consumi elettrici o alla sicurezza. 200 regalati da un’associazione che sono rimasti là. Allo stesso modo, l’ASI ha donato tre camion di attrezzi sportivi per le palestre dei reparti. Questi camion sono arrivati a Rebibbia il 21 maggio; quando sono uscito io, il 24 giugno, non erano ancora stati distribuiti ed erano fermi in magazzino per le stesse lungaggini burocratiche. Tutta la burocrazia che esiste in Italia si scarica in carcere sulla carne viva delle persone, rendendo inutilmente insopportabile la loro vita. In questo modo lo Stato, invece di dimostrarsi il tutore della legalità, si mostra come il primo a violarla”.

 

Gaia Tortora: “Chi erano i suoi compagni di cella?”

Alemanno: “Sono sempre rimasto nella stessa cella e approfitto dell’occasione per salutare tutti, a partire da Fabio Falbo, senza il quale sarebbe stato impossibile portare avanti questa battaglia e scrivere il libro “L’emergenza e il collasso delle carceri italiane”, firmato insieme a vari detenuti del braccio G8 di Rebibbia e con la prefazione di Rita Bernardini. Fabio è una persona che ha avuto una condanna pesantissima a vent’anni, si è rimboccato le maniche, ha studiato e ha preso la laurea in giurisprudenza in carcere ed è diventato lo ‘scrivano di Rebibbia’. Molti scelgono la facoltà di legge proprio per capire i meccanismi all’interno dei quali si trovano. Per fortuna università come Tor Vergata, La Sapienza e Roma Tre sono presenti negli istituti penitenziari e lo permettono. Io mi sono iscritto a scienze della comunicazione e sono riuscito a dare cinque esami.

 

Gaia Tortora: “Quanti eravate?”

Nella nostra cella eravamo in sei in uno spazio che originariamente conteneva quattro persone (le stesse quattro di quarant’anni fa). Oggi ci sono due letti a castello e due brande. Saluto Emiliano, Tiziano, Alessio, Marco e tutte le persone che mi sono state vicine in questo periodo e sono state come una famiglia. Vengono quasi tutti dalle borgate romane e, pur consapevoli di dover pagare per i propri errori, si chiedevano spesso perché dovessero passare tutto il giorno a guardare il soffitto senza la possibilità di fare qualcosa di utile?

 

Gaia Tortora: “Qual è la giornata tipo? Mio padre nelle sue lettere mi raccontava come il tempo in cella fosse scandito da cose che si ripetevano sempre identiche”.

Sì, nei reparti di media sicurezza come il G8 c’è una maggiore libertà di movimento rispetto ad altri. Negli altri reparti ci si sveglia e dalle 08:30 alle 20:30 si hanno due ore d’aria, si ha la possibilità di andare nella saletta da ping pong per un altro paio d’ore, e poi alle 18:00 si chiude tutto quanto. Il vero problema non è tanto l’entrare o l’uscire, ma cosa fai in quel tempo, perché girare a vuoto in tondo è alienante”. Una piccola parte di detenuti riesce a usufruire dei percorsi trattamentali, come è successo a me. Ma la maggior parte è abbandonata a se stessa, senza lavoro. In un contesto così sovraffollato circolano molte sostanze stupefacenti e diverse persone rimangono completamente perse a guardare il muro di fronte a loro. Questo è un danno anche per la società dal punto di vista economico, perché un detenuto costa alla comunità 180 euro al giorno. Queste persone potrebbero lavorare, produrre o essere impiegate in lavori socialmente utili per la città, ma non si fa per una smania di sicurezza, per questo terrore, e per la lentezza burocratica.

 

Gaia Tortora: “Spesso l’opinione pubblica obietta che se una persona ha ucciso o violentato, meriti questo trattamento.

Alemanno: “Bisogna però distinguere: chi si macchia di reati efferati contro la persona o contro i bambini viene emarginato dagli stessi detenuti e inserito in reparti speciali. La stragrande maggioranza delle 64.000 persone recluse si trova lì per reati legati allo spaccio, spesso dovuti a forme di dipendenza, che vengono pagati con pene sproporzionate. In cella con me c’è stato per sei mesi un senzatetto che, non potendo più lavorare per una malattia alle mani, è stato fermato vicino a un parchimetro a cui mancavano 8 euro. Per un errore del suo avvocato ha subìto una condanna definitiva a sei mesi di galera per 8 euro. Quindi distinguiamo chi ha commesso reati gravi deve pagare, ma una persona non coincide mai soltanto con il suo reato. Se crediamo nella Costituzione, nel cristianesimo e nei valori umani, dobbiamo sempre pensare che vi sia una strada di riscatto. Altrimenti introduciamo la pena di morte o facciamo come negli Stati Uniti, dove c’è un detenuto ogni cento persone”.

 

Gaia Tortora: “È cambiato il suo approccio securitario dopo quest’ultima esperienza?”

Alemanno: “Avendo già vissuto un’esperienza simile in passato, ho sempre guardato al tema delle carceri con molta attenzione. Il mio approccio non è cambiato: affermo che la sicurezza del cittadino si tutela avendo un carcere efficace, adeguato e che combatta la recidiva. Un sistema che criminalizza e diventa l’università del crimine non aiuta la sicurezza di nessuno. La sicurezza è la prima libertà, ma questo non significa torturare le persone o negare loro il riscatto. Lo dico in particolare agli elettori di destra: la sicurezza non si difende con la mentalità del “buttiamo le chiavi” e del lavarsene le mani, perché quella persona prima o poi uscirà incattivita e, senza alternative, diventerà un delinquente molto più pericoloso di prima.

 

Gaia Tortora: “Sa che su questo dovrà confrontarmi con Vannacci, che ha usato parole diverse come ‘marcire in carcere’ o il riferimento a Caino e Abele…

Alemanno: “Sì lo so, ma anche Vannacci ha dichiarato di essere d’accordo sull’applicazione dell’articolo 27 della Costituzione per la riabilitazione. Pur usando linguaggi differenti, riconosce la necessità di un meccanismo che permetta alle persone di migliorare. Dobbiamo abituarci all’idea che i partiti non sono caserme in cui tutti pensano la stessa cosa su ogni argomento. Di fronte a emergenze democratiche come quella delle carceri, la battaglia deve essere trasversale e priva di colore politico. Per esempio, il presidente del Senato Ignazio La Russa è venuto in carcere e si è battuto a destra per trovare una soluzione al sovraffollamento, rimanendo però isolato.

 

Gaia Tortora: Lei è favorevole o contrario all’indulto?

Alemanno: Io sarei favorevole all’indulto come via più veloce, ma dopo la riforma del 1992 la maggioranza dei due terzi rende questa strada impraticabile per mancanza di consenso nell’opinione pubblica. Bisogna quindi percorrere altre vie, come la proposta Giachetti sposata anche da La Russa, che prevede di rafforzare lo sconto di pena per buona condotta portandolo ai livelli della Germania, dove è il doppio rispetto all’Italia. Questo ridurrebbe il sovraffollamento e offrirebbe un forte incentivo ai percorsi di riabilitazione. So bene che tutto questo non porta voti, ma il dovere di chi fa politica è affrontare anche i temi impopolari attraverso un dialogo trasversale. In carcere oggi ci può finire chiunque per gli errori più assurdi, come è successo a Enzo Tortora o come accade ora all’ex ad delle Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, una persona politicamente agli antipodi da me. Voglio fare un ultimo esempio per me devastante. A un certo punto mi è stato suggerito di chiedere la grazia al Presidente della Repubblica, ma non l’ho fatto perché avrebbe significato ammettere una colpevolezza che io rifiuto. Insieme a Fabio Falbo abbiamo però avanzato la richiesta di grazia per tre persone, e una di queste ha ottenuto una grazia parziale dal Presidente Mattarella. Parliamo di un uomo di 88 anni che si regge appena in piedi, Antonio Russo, che si trova in carcere da otto anni per aver ucciso il figliastro tossicodipendente per difendersi dalle sue aggressioni. Nonostante il provvedimento sia di cinque mesi fa, lui è ancora dentro perché al magistrato non era stata comunicata la grazia; lo ha saputo leggendo i miei diari di cella. La ASL ha impiegato due mesi solo per inviare la relazione sanitaria necessaria al giudice per recepire l’atto. Di fronte a queste storture non si può girare la testa dall’altra parte. Tutto ciò che vive il detenuto viene condiviso anche dagli agenti di polizia penitenziaria che operano nei bracci. Per i detenuti gli agenti sono come fratelli: soffrono lo stesso disagio, lo stesso sovraffollamento e lo stesso caldo, e si comportano benissimo. Spesso ricevevo manifestazioni di stima sia dai detenuti sia dagli agenti.

 

Gaia Tortora: “Lei si è sentito un privilegiato perché era Gianni Alemanno là dentro?”

Sicuramente il mio nome mi ha fatto da schermo. Molte persone di destra e di sinistra sono venute a trovarmi, compresi esponenti di Fratelli d’Italia. Questo mi ha protetto, ma non ha impedito al DAP di fare ricorso quando mi è stato riconosciuto lo sconto di pena per detenzione disagiata secondo l’articolo 3 sulla tortura, chiedendo che venisse cancellato. Il nome mi ha tutelato in parte, ma le condizioni di vita quotidiane erano le stesse degli altri: lavavo i piatti come tutti e non avrei accettato privilegi. Inoltre, tutte le interviste che mi sono state chieste sono state sistematicamente bloccate e rifiutate dal dipartimento. Alemanno doveva stare in una bolla e rimanere zitto, e questo non è accettabile sotto nessun punto di vista.