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di Daniela Peira

lanuovaprovincia.it, 6 aprile 2022

Niente libertà nonostante il parere di specialisti e dello stesso medico della struttura di Alessandria in cui è recluso. I primi segni della malattia sono emersi nel dicembre del 2020 nel pieno di una ondata di pandemia da Covid ma la diagnosi, terribile, è arrivata solo a dicembre del 2021: SLA, ovvero sclerosi laterale amiotrofica di tipo bulbare.

Lui, un paziente di 45 anni, Massimiliano Cinieri, in pochi mesi ha perso molte delle sue funzioni, così come purtroppo accade a chi è colpito da questa malattia che non lascia scampo se si presenta in forma grave.

E’ molto limitato nei movimenti degli arti, cammina a fatica e solo con una stampella. E’ stato colpito soprattutto al tronco, quindi ha una ridottissima funzionalità delle braccia, le mani sono già quasi del tutto atrofizzate (non riesce neppure a legarsi le scarpe), non riesce a gestire la deglutizione della saliva, non può più assumere liquidi, anche l’acqua gli viene somministrata in forma di gel. Non si capisce quasi più a parlare a causa della salivazione eccessiva; sbava pochi secondi dopo aver iniziato un discorso e deve bloccarsi.

E tutto questo in un carcere. E tutto questo, inoltre, aggiunto ad altre patologie particolarmente importanti come il diabete e una cardiopatia post-infarto.

Perchè Max Cinieri, come è più conosciuto, è detenuto al carcere alessandrino Don Soria per una misura di custodia cautelare.

La sua famiglia, in particolare la moglie e la figlia Valeria, attraverso l’avvocato Furlanetto che segue le vicende giudiziarie dell’uomo, hanno chiesto più volte la sua scarcerazione, o almeno la trasformazione della detenzione in arresti domiciliari.

“È evidente che le sue condizioni fisiche, dovute alla malattia, siano incompatibili con la detenzione - dice la figlia Valeria - e non siamo noi a dirlo, ma i medici”.

Cinieri, infatti, è stato sottoposto ad una serie di visite e gli specialisti hanno dichiarato il suo grave stato di salute.

Lo ha fatto il primario di Neurologia dell’ospedale di Alessandria, lo ha fatto lo specialista del Cresla di Torino (Centro di riferimento europeo per i malati di SLA), lo ha fatto il neurologo incaricato dalla famiglia, lo ha fatto lo stesso medico del carcere di Alessandria presso il quale Cinieri è detenuto.

Tutti hanno riferito di condizioni molto gravi. Unica voce fuori dal coro quella del perito incaricato dal gip di Asti per deciderne la scarcerazione che, pur riconoscendo la malattia, la ritiene compatibile con la detenzione e dunque Cinieri per ora rimane in carcere.

“Gli hanno dovuto affiancare un compagno di cella che gli fa da accompagnatore perché non riesce neppure a vestirsi da solo - prosegue la figlia - Ma è giustificabile tutta questa disumanità? Se fosse a casa ce ne occuperemmo noi, potremmo nutrirlo e curarlo a dovere, anche con cure sperimentali e la fisioterapia necessaria per consentirgli di mantenere un po’ più a lungo le funzionalità. Cose che in carcere non vengono fatte”. E lo dice anche il medico del carcere, che in una sua relazione dichiara espressamente che “il carcere non è la collocazione idonea per un detenuto con le caratteristiche cliniche di Cinieri”.

Lo scrive ritenendo il detenuto nella condizione prevista da un articolo del codice penale che prevede il rinvio obbligatorio della pena in caso di condizioni di “grave infermità fisica”. Inoltre la gestione carceraria del detenuto così malato metterebbe in grossa difficoltà l’intera struttura e i servizi degli agenti penitenziari deputati al trasporto dei detenuti per le sue costanti ed imprevedibili visite da effettuare presso gli ospedali. Senza contare le numerose barriere architettoniche del carcere di vecchia concezione che peggiorano le difficoltà quotidiane di deambulazione dell’uomo. La famiglia ora spera nell’ennesimo ricorso al tribunale della Libertà.