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di Adelia Pantano

La Stampa, 13 novembre 2024

L’architetto torinese in occasione del convegno per i 185 della struttura carceraria di Alessandria ne propone la dismissione e la riconversione in spazi museali, di cultura e sociali. La struttura che ospita il carcere Don Soria, realizzata 185 anni fa, non ha le caratteristiche essenziali per soddisfare i bisogni primari dei detenuti. A dirlo è l’architetto torinese ed esperto di edilizia penitenziaria Cesare Burdese, che al convegno per celebrare il compleanno dell’edificio e tracciare le linee di rinascita per il futuro, ha affrontato la questione dell’istituto penitenziario nel centro di Alessandria mettendo al centro la possibile svolta innovativa della struttura.

Burdese parte dal binomio essenziale dignità e risocializzazione, alla luce del quale il tema architettonico diventa strategico. “Non può esistere dignità all’interno di un carcere senza che si rispettino le condizioni minime di vivibilità, così come non ci può essere possibilità di risocializzazione in una struttura detentiva concepita esclusivamente per neutralizzare e isolare” spiega. Tradotto: a livello strutturale e architettonico è necessario avere un edificio che soddisfi i bisogni fisiologici, psicologici e relazionali dell’individuo e che disponga di adeguati spazi per le attività “trattamentali”, finalizzate al recupero sociale della persona che deve scontare la pena, così come previsto e dalla Costituzione.

Burdese è tranchant nel sottolineare come il Don Soria, costruito nel 1839, non risponda a queste caratteristiche. “Il carcere non ha questi requisiti - spiega -. Anche gli adeguamenti strutturali che sono stati fatti nel corso della sua lunga esistenza non ne hanno cambiato la natura: un penitenziario ottocentesco rimane un luogo disumano che impedisce di fare ogni possibilità esperienza”.

Le condizioni di degrado del carcere - prima casa di reclusione e, dopo la costruzione del San Michele, casa circondariale - sono state da sempre evidenziate sia dalla Garante dei detenuti del Comune, Alice Bonivardo, che dal Garante regionale Bruno Mellano. Più volte, nei loro dossier, i due professionisti hanno evidenziato le criticità strutturali del Don Soria con intere aree inutilizzabili, la necessità di interventi di ripristino (spesso anche difficili da attuare), il degrado degli impianti, la scarsa manutenzione e la carenza di spazi per le attività trattamentali, sia all’interno e sia all’esterno. “È una situazione simile a tante altre carceri italiane a cui spesso si aggiunge anche il problema del sovraffollamento, che rende difficile il rispetto dei diritti dei detenuti” prosegue l’architetto Burdese.

La proposta di dismissione - È stato proprio il garante Mellano, nel corso del convegno, a lanciare il dibattito sulla possibilità di vedere questa struttura come una futura sede di innovazione nell’esecuzione penale. Su questo fronte, Burdese si inserisce e non usa mezzi termini. “Sarebbe meglio voltare pagina con il Don Soria, dismettendo la sua funzione di carcere e pensando a un recupero edilizio che si inserisca nel contesto cittadino - sottolinea -. Un esempio è il complesso monumentale delle Murate a Firenze: sarebbe necessario ricavare anche qui degli spazi per i percorsi di reinserimento sociale, ma anche aree culturali e museali per la conservazione della memoria carceraria”.