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di Claudia Patrono 

Il Secolo XIX, 23 febbraio 2026

L’associazione lancia l’allarme sulla trasformazione del penitenziario: “Impatto devastante per i detenuti trasferiti, avviata un’operazione cinica”. Ogni sezione di carcere duro in regime di 41-bis ha la finalità proclamata dalla norma di recidere i contatti con la criminalità organizzata, ma maschera invece una forma di tortura democratica, alienando dignità umana e diritti fondamentali della persona”. Così la presidente dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, Rita Bernardini, che ad Alessandria per partecipare al convegno “Carcere ex art. 41 bis, qui ed ora”, dedicato alle modifiche penitenziarie che renderanno la struttura detentiva di San Michele un carcere di massima sicurezza.

L’appuntamento è al “Fuga di Sapori Bistrò”, in piazza Don Soria 37, alle 15.30. La vicenda del carcere di San Michele di Alessandria è emblematica di una programmazione che non considera le caratteristiche locali: il modello Alessandria è da oltre trent’anni esemplare per l’integrazione sociale e i progetti di reinserimento, ha meritato le massime onorificenze della Presidenza della Repubblica, eppure i detenuti sono stati trasferiti all’improvviso e in sor-dina, a centinaia.

Il carcere di San Michele ad Alessandria diventerà di massima sicurezza, cancellando all’istante molte relazioni umane che si erano create fra l’interno e l’esterno, oltre al lavoro di molteplici persone e associazioni, che si erano impegnate in ogni modo. Le chiedo le sue considerazioni in merito.

“Lo permette la legge, non certo la Costituzione italiana. Come radicali, come Nessuno tocchi Caino, noi siamo storicamente contrari al ti bis che prevede la sospensione delle opportunità di trattamento e relazionali previste dall’Ordinamento penitenziario nei confronti di chi è raggiunto dal provvedimento. La norma è così mostruosa che, quando fu varata, fu prevista come temporanea per combattere il fenomeno mafioso nel periodo di massima violenza dell’organizzazione criminale (strage di Capaci). Divenne poi misura stabile e permanente nel 2002, con un successivo inasprimento nel 2009. Proprio nel 2002, con il libro “Tortura democratica”, gli esponenti radicali Maurizio Turco e Sergio D’Elia, visitando tutte le sezioni del 41 bis e intervistando ben 650 detenuti sottoposti a quel regime di carcere duro, giunsero alla conclusione che la finalità proclamata dalla norma di recidere i contatti con la criminalità organizzata mascherava una forma di “tortura democratica”, alienando dignità umana e diritti fondamentali della persona. Solo la collaborazione con l’autorità giudiziaria (fare altri nomi di associati), non il vero pentimento, può infatti sospendere il provvedimento.

Attualmente, in Italia, abbiamo ben 750 detenuti sottoposti al 41 bis. Degli oltre 1.800 detenuti condannati all’ergastolo, oltre 1.200 sono sottoposti al regime dell’ergastolo ostativo per reati di mafia e terrorismo. Oltre 8.000 sono i reclusi nelle sezioni di Alta sicurezza. In questo quadro, l’operazione fatta dall’Amministrazione penitenziaria di sradicamento dei detenuti del carcere di San Michele è devastante, per la vita di quelle persone e del tessuto sociale volto al reinserimento che, in tanti anni, era stato costruito dalla società democratica e civile. Un’operazione cinica che vuole dimostrare il volto feroce dello Stato e non quello di successo di una pena costituzionalmente orientata”.

In che cosa consistono i cambiamenti per un carcere dedicato ad accogliere detenuti ex articolo 41 bis?

“Di sottopone quelle persone ad una tale condizione di isolamento e di alienazione (l’essere umano è tale solo in relazione con altri esseri umani), che o “collaborano” (non perché veramente pentiti) o impazziscono, o muoiono”.

Diritti e doveri di un’amministrazione carceraria deputata a dirigere una struttura di quel tipo: d’ora in poi sarà alzato un muro di delimitazione inaccessibile (anche di informazione e comunicazione) del perimetro dedicato alla detenzione dei condannati all’isolamento? Non ci saranno rapporti di sorta con la città? Che genere di attività saranno consentite e come sarà possibile garantire la sicurezza del territorio?

“Un carcere “dedicato” al 41 bis e all’Alta sicurezza, secondo l’orientamento attuale dell’amministrazione penitenziaria, è un monumento alla crudeltà che sotterra l’articolo 27 della Costituzione. Via via, questo “sistema” rischia di essere esportato anche in media sicurezza per i detenuti comuni e già notiamo qualche segnale in questa direzione. Il carcere sembra sempre più orientato alla chiusura e alla segregazione, alla riduzione di spazi di incontro e di apertura alla società esterna. L’ipocrisia del sistema si svela con la concessione ai detenuti del 41 bis dei giorni di sconto previsti dalla liberazione anticipata (art. 54 OP) che risponde a una “buona condotta”, consistente nella silenziosa soggezione alle privazioni che patiscono. Come fanno, infatti, a dimostrare di aver partecipato attivamente all’opera di rieducazione se sono murati vivi e non vedono mai né educatori né assistenti sociali? Per loro non ci sono relazioni di sintesi nutrite dall’incontro costante con gli operatori del carcere. Per i detenuti in 41 bis non c’è neppure un programma di trattamenti che li orienti alla riabilitazione. C’è solo la negazione di ogni proiezione e di ogni progettualità futura. La mia amica di lotta, l’avvocata Maria Brucale, su questo sta facendo una battaglia esemplare”.