di Alice Ravinale e Giulia Marro
iltorinese.it, 6 settembre 2026
Nel giorno in cui registriamo l’ennesimo morto suicida, questa volta nel carcere di Verbania, che segue di soli 4 giorni il ragazzo che si è tolto la vita in quello di Biella lunedì, abbiamo visitato il penitenziario di Alessandria a distanza di sette mesi dalla nostra ultima visita. La situazione nella Casa Circondariale “Don Soria” di Alessandria è allarmante. Sono 255 i detenuti presenti in una struttura che versa in condizioni fatiscenti dal punto di vista strutturale. Una struttura che non consente nemmeno la realizzazione di attività trattamentali, che invece erano numerose e positive nell’altro carcere di Alessandria, il San Michele, e che sono state chiuse dall’oggi al domani per la trasformazione di quell’istituto in carcere di massima sicurezza, di cui tutt’ora non si sa con certezza nulla.
Il Don Soria presenta gravissime criticità anche sul fronte del personale e, in particolare, dell’assistenza sanitaria. A preoccupare è soprattutto la mancanza di un’adeguata presenza del SerD, nonostante moltissimi detenuti abbiano problemi di tossicodipendenza. A questo si aggiunge il tema dell’uso dei farmaci e delle dipendenze da questi ultimi: durante la visita abbiamo visto persone a letto, apparentemente molto calme e assonnate, ma in condizioni che lasciavano chiaramente trasparire uno stato di forte alterazione da farmaci. Secondo quanto abbiamo appreso, fanno uso di psicofarmaci la quasi totalità delle persone presenti.
È una condizione allarmante, che richiederebbe una presa in carico e un monitoraggio costanti e che invece, per quanto abbiamo potuto riscontrare, non vengono garantiti secondo i parametri previsti dalla legge. La stessa direzione sanitaria ha denunciato le difficoltà di una situazione nella quale il personale sanitario si ritrova a dover gestire prescrizioni e terapie in un contesto estremamente complesso e senza il supporto necessario. Su questo presenteremo immediatamente un’interrogazione in Consiglio.
Altrettanto grave è la situazione dei detenuti con problematiche psichiatriche: pur essendo presente uno psichiatra, manca il supporto necessario per garantire una reale ed efficace presa in carico. Stiamo parlando di persone che dovrebbero scontare la pena in strutture adeguate, che mancano. Abbiamo inoltre incontrato molti giovani adulti, in larga parte magrebini, persone sospese nell’attesa di risposte che troppo spesso non arrivano, schiacciate da una burocrazia lentissima, dall’elevato numero di persone da seguire e, più in generale, da un sistema che evidentemente non regge più. È evidente che in questo modo il carcere non possa in alcun modo garantire la riabilitazione dei detenuti, prevista dalla Costituzione. Quale sicurezza si può costruire se le pene non servono a superare i fenomeni di criminalità?
Ancora ieri abbiamo sollecitato in capigruppo la convocazione di un Consiglio regionale aperto sulla situazione delle carceri piemontesi, che chiediamo dal mese di febbraio, ma tutto ciò che otteniamo è silenzio e un immobilismo francamente inaccettabile. Ancora non si è visto uno straccio di relazione da parte della garante dei detenuti Monica Formaiano, scelta in quota Fratelli d’Italia, di cui abbiamo riscontrato tracce vitali solo a metà agosto in occasioni delle aggressioni a due agenti di Polizia Penitenziaria a Saluzzo e a Torino. Le parole di circostanza come “Ogni episodio di violenza deve essere condannato con fermezza e non può essere considerato un fatto normale” non sono più accettabili: la Garante si svegli dal torpore e sia garante davvero dei detenuti oppure lasci il suo incarico a chi lo sa fare.
Allo stesso modo è necessario si desti dal sonno anche il Presidente Cirio: l’unica volta che ha toccato il tema carceri è stato in occasione della richiesta di grazia al gioielliere di Cavour, un’uscita propagandistica poi precipitata (fortunatamente) nell’abisso delle urgenze di bilancio accatastate da mesi, ma che non toglie dall’imbarazzo un Presidente che non è in grado di occuparsi di un tema sempre più serio e vergognoso. Anche perché è un anno nero per le carceri: a luglio la Cedu ha condannato l’Italia per la violazione dei diritti umani per la morte di Antonio Raddi e subito avevamo chiesto che il Presidente dichiarasse lo stato di emergenza all’indomani di una sentenza che ha messo nero su bianco che nei penitenziari piemontesi i diritti umani vengono di fatto sospesi.









