di Silvana Mossano
La Stampa, 18 aprile 2020
E ora i detenuti producono mascherine. Cinque detenuti - Leonardo, Massimo, Felician, Filippo e Francesco - si sono seduti davanti alle macchine da cucire e hanno confezionato 600 mascherine di tessuto: 220 per chi è rinchiuso al Don Soria e 380 per quelli del San Michele.
Una per ciascuno; e adesso stanno già lavorando alla produzione della fornitura di ricambio, visto che possono essere lavate e riutilizzate. L'emergenza coronavirus apre anche spiragli positivi, opportunità fino ad ora ipotizzate che la leva della necessità ha concretizzato in fretta.
Qui è accaduto proprio questo: il laboratorio del carcere, attrezzato qualche tempo fa con macchine da cucire e altre strumentazioni grazie all'associazione Ics Onlus e alla Fondazione Social, è diventato in poche settimane un efficiente centro produttivo. Per i detenuti non è prevista una dotazione di mascherine, e nemmeno sono obbligati a indossarle, perché si ipotizza che ci siano poche probabilità di contagio visto che non hanno contatti con l'esterno, ma non mancano le raccomandazioni alla distanza sociale e alle precauzioni.
I colloqui con i famigliari (ne sono previsti sei al mese) sono stati vietati di colpo. Ovunque. Un'imposizione maldigerita. In più penitenziari italiani, a inizio marzo, era scoppiato il finimondo. Anche ad Alessandria: al mattino al Don Soria, da dopopranzo a sera al San Michele. Era lunedì 9 marzo. La rivolta pomeridiana era stata la più violenta: in una sezione, che ospitava 44 detenuti, era stato appiccato il fuoco.
Per ore, un muro di fiamme e di fumo aveva impedito di capire se qualcuno, intrappolato in quel disastro, ci avesse lasciato la pelle. A distanza di oltre un mese, quella sezione resta inagibile: "Stiamo cercando a poco a poco di ripararla, ma sarà lunga" spiega la direttrice dei penitenziari alessandrini, Elena Vallauri Lombardi. Intanto, in procura il pm Marcella Bosco ha un fascicolo aperto con più indagati (tra venti e trenta), che erano stati identificati come ipotetici sobillatori della sommossa. Le visite causa coronavirus continuano a essere vietate, "ma - spiega la direttrice - si sono incrementate le videochiamate telefoniche.
Ci sono stati consegnati più cellulari per esaudire le richieste". Anche i colloqui tra detenuti e avvocati sono azzerati, tranne casi eccezionali e urgenti. Tuttavia, qualche caso positivo c'è stato: 4 detenuti in tutto, tra Don Soria e San Michele, di cui uno con sintomi più acuti trasferito a Torino. Il rischio può presentarsi con l'ingresso di nuovi arrestati: "In questi casi - spiega la direttrice del carcere - i nuovi arrivati vengono collocati in quarantena in spazi separati, per due settimane". Dall'esterno, però, entrano ogni giorno, ovviamente a turnazione, i 350 (la somma dei due istituti) agenti di polizia penitenziaria che devono essere dotati di dispositivi di protezione. Inoltre, viene misurata agli agenti la temperatura e si procede alla sanificazione degli ambienti due volte al giorno.
La segreteria provinciale del sindacato Osapp, però, critica il servizio mensa: "In queste settimane si è abbassata la qualità e la quantità dei pasti serviti alla polizia penitenziaria. Chiediamo alla direzione di sollecitare la ditta incaricata del servizio a una maggiore attenzione, rispettando le indicazioni contenute nel contratto d'appalto".
La direttrice non nega: "Purtroppo è quel che è accaduto e sto cercando di risolvere il problema. Sono dispiaciuta, perché il personale, in un momento così complesso e pesante, ha bisogno di attenzione e sostegno; un calo di qualità dei pasti crea malessere".










