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di Adelia Pantano

La Stampa, 27 ottobre 2025

Il San Michele potrebbe diventare carcere di massima sicurezza, chiesti chiarimenti al Governo. Sulle voci che circolano da giorni che vorrebbero il carcere di San Michele prossimo a diventare una struttura di massima sicurezza per detenuti al 41-bis, è intervenuto anche il sindaco di Alessandria Giorgio Abonante che chiedere chiarezza al Governo Meloni. “Ho scritto al sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, per avere chiarimenti sulle modalità di azione previste - spiega il primo cittadino - ma soprattutto per non sprecare il lavoro fatto nel tempo da tante istituzioni e dal terzo settore per creare una realtà sicura e aperta nella relazione tra detenzione e comunità. Non possiamo perdere questo patrimonio”.

Abonante chiede al Governo “di agire con trasparenza”. Aggiungendo: “Aspettiamo una risposta a breve, ma soprattutto un confronto con gli altri organi dello Stato per capire cosa sta succedendo”. A sollevare la questione era stato nei giorni scorsi anche il deputato Pd Federico Fornaro, che alla Camera ha presentato un’interrogazione indirizzata al ministro della Giustizia, chiedendo chiarimenti sugli interventi strutturali in corso.

Sullo sfondo, però, resta un fitto silenzio istituzionale. Nessuna comunicazione ufficiale è arrivata né al Comune né ai sindacati della Penitenziaria, che confermano di non aver ricevuto informazioni formali. Anche dall’incontro in prefettura di giovedì, convocato per affrontare le criticità anche del Don Soria, l’altro carcere cittadino, non sono emerse certezze. Il provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria avrebbe riferito che al momento non ci sono certezze. Intanto alcuni detenuti con pene brevi o in semilibertà sarebbero già stati trasferiti in altri istituti piemontesi. Il carcere di San Michele (aperto nel 1992 dopo otto anni di lavori) ospita oggi trecento detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 269 posti, e soffre di una cronica carenza di personale di polizia penitenziaria. Eppure, dietro le sbarre, da anni si coltiva una delle esperienze più avanzate di reinserimento del Piemonte: laboratori di pasticceria e orti, corsi professionali e universitari, fino al Centro Agorà inaugurato quest’anno come spazio educativo e culturale aperto al territorio. Patrimonio umano e civile che rischia di andare perduto.