di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 8 settembre 2022
Ad Alessandria l’anarchico Buono arruolato come “badante” di un affiliato alla Jihad con turbe psichiche. Lui scrive alla Garante dei detenuti: “Non voglio l’incarico”. La direttrice del Dap: “Accade, ma su base volontaria”.
Gli atti dell’indagine che l’hanno portato all’arresto per terrorismo lo descrivono come un misantropo, un nichilista, un anarchico antisociale. Un profilo particolare quello del torinese Federico Buono, 45 anni, accusato di essere un affiliato dell’Its, il movimento sudamericano degli Individualisti tendenti al Selvaggio, che combatte, con attentati, la tecnologia, il progresso e la modernità. Portato in carcere ad Alessandria, sottoposto al regime dell’alta sicurezza 2, è finito in cella con un detenuto pakistano accusato anche lui di terrorismo ma di matrice diversa: secondo gli inquirenti farebbe parte di un’organizzazione islamica internazionale, una cellula jihadista del “Gruppo Gabar” che il 25 settembre 2020 firmò un attentato, a Parigi, davanti all’ex sede di Charlie Hebdo, teatro della strage di cinque anni prima.
Una convivenza problematica, però, quella tra i due, che ha portato Buono a scrivere una lettera alla garante dei detenuti Alice Bonivardo per segnalare il suo disagio: lamentava di essere stato incaricato di controllare a vista il compagno di cella soprattutto perché non si togliesse la vita. Un ruolo che, però, non avrebbe mai voluto. Il pakistano, che non parla italiano ma solo la lingua urdu, ha portato avanti per settimane uno sciopero della fame e della sete: sarebbe in uno stato di prostrazione e sofferenza psicologica acuito dalla rigidità dell’alta sicurezza, con l’impossibilità di comunicare con facilità all’interno del carcere e il divieto di telefonate con l’esterno. “Un grave lutto familiare in Pakistan l’ha ulteriormente destabilizzato - spiega la sua avvocata, Nadia Di Brita - lui ha avuto una fase più acuta dove le visite con lo psichiatra erano più serrate, poi, a quanto mi hanno riferito, l’allarme è un po’ rientrato, ma resta un soggetto a rischio”.
La garante non ha potuto incontrarlo ma è rimasta colpita dalla particolarità della situazione descritta da Buono, assistito dall’avvocato Gianluca Vitale. “Ho chiesto chiarimenti scrivendo alla direzione del carcere - spiega Alice Bonivardo - anche perché il forte stress a cui era sottoposto quel detenuto mi preoccupava. Nei giorni scorsi ho ricevuto risposta: la situazione è migliorata in quanto il compagno di cella sarebbe stato spostato in infermeria. L’alta sicurezza ha regole molto particolari - aggiunge la garante - Quella di Alessandria ha problemi perché è una piccola sezione, con schermature alle finestre: gli affacci sono sui collaboratori di giustizia, ci sono passeggi con dimensioni ristrette coperte da griglie metalliche”. Proprio sotto quel padiglione, composto da 7 celle, c’è l’infermeria. “Il problema dei detenuti che manifestano disagi psichiatrici viene spesso gestito all’interno - continua la garante - In questo caso la difficoltà è ulteriore perché si tratta di un recluso sottoposto all’alta sicurezza: un trasferimento all’esterno sarebbe difficile, ma l’infermeria, per quanto più consona alla sua situazione, dovrebbe essere un luogo di cure solo passeggere”.
Non è così insolito che i detenuti abbiano il compito di controllare la condizione dei compagni di cella . “In genere si tratta di una scelta volontaria, si diventa cioè peer supporter la cui attività però viene appositamente pagata” spiega Rita Russo, provveditrice per Piemonte e Valle d’Aosta del Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Per un misantropo come Buono, però, il ruolo di “piantone” sarebbe stato un compito ingrato, una responsabilità che non voleva affatto avere.










