di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 13 gennaio 2024
Il celebrato autore de “L’inganno” (ora in libreria con “La gogna”) difende l’eliminazione dell’abuso d’ufficio e il limite a pubblicare le intercettazioni ma, dice, serve una riforma più ampia e approfondita e una rivoluzione culturale. Un’intervista imprescindibile. “Sì all’eliminazione dell’abuso d’ufficio, sì anche al contenimento della diffusione delle intercettazioni. Però dobbiamo intervenire sulle macro questioni che stanno a monte. Per fare in modo che, citando Filippo Sgubbi, il diritto penale non sia più totale. Totalizzante, cioè, nella vita delle persone”. Nei giorni in cui si discute tanto della riforma della giustizia, Alessandro Barbano, editorialista, condirettore del Corriere dello Sport e autore del libro La Gogna, di recente pubblicazione, ragiona con HuffPost dei temi che stanno accendendo gli animi della maggioranza, dell’opposizione e anche della stampa. Con un’avvertenza: limitarsi a interventi settoriali non è sufficiente.
È di poche ore fa il via libera a un emendamento che prevede la cancellazione di riferimenti a terzi non indagati nella trascrizione delle intercettazioni. L’opposizione grida allo scandalo. Come reputa questa misura?
È una misura giusta e doverosa, ma è parte di una necessità più ampia che riguarda la pertinenza probatoria degli atti d’indagine. Cioè, la necessità che il pubblico ministero inserisca in tutti gli atti elementi pertinenti con la prova della supposta colpevolezza. Quindi, gli elementi di contesto, che nulla hanno a che fare con la presunta colpevolezza penale ma che spesso rappresentano condizioni morali, senza pertinenza probatoria, non andrebbero inseriti. E i nomi dei terzi coinvolti indebitamente coinvolti dovrebbero essere espunti dagli atti processuali. Dovrebbe, inoltre, essere sanzionato il magistrato che, invece, utilizza gli atti d’indagine per costruire una narrazione che spesso non fa riferimento alla ricerca delle prove, ma alla costruzione di un processo mediatico. Con categorie di carattere moralistico, ma non penale.
Pare di capire che non lo consideri, come qualcuno ha invece detto, un nuovo bavaglio. Cosa pensa, invece, dell’altro cosiddetto bavaglio? Quello con il quale si vieterà la pubblicazione, per intero o per estratto, dell’ordinanza di custodia cautelare?
Non si può chiedere ai giornalisti di rinunciare a pubblicare, per estratto o per intero, un’ordinanza di custodia cautelare. Al contrario, non si dovrebbe accettare che questa, in violazione del principio di pertinenza probatoria, abbia al suo interno elementi che nulla hanno a che vedere con la presunta colpevolezza e servono per screditare qualcuno. Il giornalista non ha necessariamente nel suo orizzonte la colpevolezza, è legittimo che si interroghi sulla moralità, sul costume della politica e della classe dirigente. Se tu, giudice, hai inserito degli elementi all’interno dell’ordinanza ritenendoli fondativi di un provvedimento che limita la libertà personale, come si può chiedere a un giornalista di rinunciare a scriverle? Di rinunciare, cioè, a esercitare un controllo che da sempre la stampa esercita su questo genere di atti da sempre. Dal momento che di gogna si muore per estratto, ma anche per riassunto, non è l’indisponibilità di custodia cautelare - che, lo ripeto, non può essere sottratta all’opinione pubblica - la soluzione. Il tema è più complessivo e riguarda l’impatto che la giustizia cautelare, e il processo mediatico che sulla scia di questo si instaura, ha sulla giustizia in generale. E tutto questo squilibrio lo vogliamo risolvere negando al giornalista il sindacato su un atto che limita la libertà personale?
Bisogna cambiare il modus operandi del magistrato, dunque?
Bisogna cambiare la giustizia. Considerare la custodia cautelare un’eccezione e non la regola, come avviene in Italia. Bisogna realizzare la separazione delle carriere, garantire la terzietà del giudice già nella fase delle indagini preliminare, dare forza alla difesa, ridurre i tempi del processo. Da ultimo, la cosa principale: bisogna vincolare il pm a inserire nell’ordinanza cautelare solo gli elementi di prova strettamente connessi con la supposta colpevolezza e non tutto ciò che, invece, rappresenta mera narrazione di contesto.
L’emendamento approvato oggi va in questo senso. In molti, però, fanno notare che seguendo questo schema, il nome di Matteo Salvini avrebbe dovuto essere sbianchettato dall’inchiesta sui Verdini. Sarebbe stato giusto cancellarlo?
Sarebbe stato giusto nella misura in cui nessuna delle chiamate in causa di Salvini presenti in quell’indagine ha elementi di pertinenza probatoria. Quei riferimenti sono, invece, pari all’associazione che il giornalista potrebbe fare tra il nome di Salvini e quello di Verdini a prescindere dall’inserimento del nome del ministro negli atti d’indagine. L’associazione che l’indagine fa è un suggerimento al giornalista, di tipo denigratorio, alla condanna mediatica. Ma non c’è bisogno che lo faccia l’inchiesta. Lo può fare il giornalista autonomamente, ricordando che Verdini è il suocero di Salvini. Diverso sarebbe, invece, il caso in cui l’accostamento di Salvini fosse connesso a una supposta colpevolezza di Salvini. Ma in quel caso sarebbe indagato.
Prima faceva un elenco di aspetti della giustizia che andrebbero riformati. Gliene aggiungo uno: quello dei test psicoattitudinali per le toghe. L’argomento è molto divisivo e lo strumento è stato spesso contestato. In commissione giustizia al Senato, però, se ne ricomincia a parlare. Secondo lei sarebbe una misura sensata?
Sì, lo sarebbe. Tutte le professioni che impongono una responsabilità particolare, perché dal loro esercizio dipende la libertà delle persone, devono essere esercitate da chi, oltre ogni ragionevole dubbio, è nelle condizioni di serenità di giudizio, terzietà e di equilibrio psichico. Elementi, questi, che meritano una valutazione.
Nel provvedimento che impone una stretta sulle intercettazioni c’è anche l’abrogazione del reato di abuso d’ufficio. Andava cancellato o no?
La mia risposta è: sì, però.
Però?
Però ci sono questioni di principio e di realismo. Le questioni di principio indurrebbero a una prudenza, perché l’abuso d’ufficio può essere considerato una garanzia per il cittadino rispetto all’abuso del potere. Immaginiamo il pubblico ministero che nasconda le prove a danno del cittadino, o che eserciti le intercettazioni per colpire un cittadino in assenza di presupposti. Però, poi c’è la prassi.
E cosa dimostra?
Che l’ipotesi di cui parlavo prima si verifica in un’ipotesi residuale di casi. Nella maggior parte dei casi l’abuso d’ufficio è una forma, per l’appunto, di abuso dell’esercizio dell’azione penale, che si concretizza nel dare vita a inchieste che nel 95% non arrivano a condanna. E che, spesso, quando ci arrivano è per fatti bagatellari. Tutto ciò, quindi, mi induce a essere favorevole all’abrogazione, ma dobbiamo stare attenti.
A cosa?
Ho la sensazione che siamo in una stagione in cui nell’impossibilità di riformare la giustizia in maniera approfondita, pensiamo di rattopparla: pensiamo, cioè, di intervenire su singoli temi, nell’impossibilità di guarire le cause e le grandi asimmetrie del sistema. Noi abbiamo ipotesi di corruzione che vengono confermate sulla base di una mera promessa: nel 2012 è stato inserito il reato di corruzione per l’esercizio della funzione, che è l’espressione di un diritto penale che ha smesso di cercare i fatti costituenti reato e ha messo nel suo radar il cittadino, bersaglio dell’azione penale. Che ha smesso di indagare la colpevolezza e ha messo nel suo radar la presunta pericolosità o, addirittura, la moralità.
Qual è la conseguenza di questo modo di intendere la giustizia?
Noi stiamo abolendo l’abuso d’ufficio, ma stiamo rinunciando a fare quello che Nordio nel suo discorso di insediamento ha annunciato che la riforma della giustizia italiana parte dai codici: e quindi da una tipizzazione dei reati, che vanno portati a una tassatività che è andata perdendosi per strada. Stiamo ancora rinunciando alla riforma della separazione delle carriere, che è l’unica che può realizzare la terzietà del giudice e la garanzia del cittadino, rispetto all’abuso dell’azione penale. La mia preoccupazione è che alcuni interventi spot, per giusti che siano, vengano considerati esaustivi di una problematica molto più ampia. Così come ho detto che non si risolve il problema della gogna vietando la pubblicazione dell’ordinanza di custodia cautelare, allo stesso modo dico che non si risolve il problema dell’agibilità della pubblica amministrazione eliminando l’abuso d’ufficio, se si lascia che il reato di corruzione sia interpretato in maniera così larga.
Questa è una delle preoccupazioni di Giulia Bongiorno, che invitava a riflettere bene sull’abrogazione dell’abuso d’ufficio, perché si corre il rischio che poi i sindaci siano perseguiti per corruzione...
Certo, sarà la prima cosa che accadrà. Si utilizzerà l’ipotesi di corruzione per l’esercizio della funzione. È chiaro che l’abuso d’ufficio, per come è scritto ora è una follia, così come il traffico di influenze illecite è una follia, perché dobbiamo prima regolamentare le lobby e poi dire cosa si può fare o no in questo Paese. Insomma, non vorrei che lo scalpo dell’abuso d’ufficio servisse per intestarsi una riforma della giustizia che, invece, è tutta da fare.










