di Anna Bandettini
La Repubblica, 14 giugno 2026
“Strabordante”. Stavolta se lo dice da solo, Alessandro Bergonzoni che ieri mattina, a Bologna, a Repubblica delle idee in dialogo con Luigi Manconi, nell’incontro Sbellichiamoci. Guerra, paci e arti vari, ha parlato, fatto ridere e toccato la platea parlando di pace, di guerra e dei “campioni di sangue che non sono quelli che facciamo negli ambulatori ma Trump, Netanyahu, Putin”. Temi che affronta, in forma di spettacolo, anche in Arrivano i dunque, il successo di questa stagione che non solo riprenderà a grande richiesta, ma il 22 ripropone per all’Almo Collegio Borromeo di Pavia, per la Milanesiana. Sempre il festival diretto da Elisabetta Sgarbi, il 22, lo ha anche coinvolto in una iniziativa speciale: un incontro in mattinata coi pazienti onco-ematologici dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano.
Dopo Bologna, il prossimo appuntamento è in un posto speciale: il 22 giugno, per La Milanesiana, alle 21 Bergonzoni sarà con lo spettacolo all’Almo Collegio Borromeo di Pavia, ma prima, alle 12, per i pazienti onco-ematologici sarà al Punto Giovani Aya dell’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano. “Per il suo festival, la direttrice Elisabetta Sgarbi, ha avuto un’intuizione fantastica inserendo contaminazioni con i luoghi di cura e detenzione, dove la parola e l’ascolto assumono un valore ancora più necessario”.
E lei in ospedale cosa farà?
“Non un intrattenimento, ma un incontro-performance sul concetto di immedesimazione. Mi sarebbe piaciuto farlo anche nelle carceri, come un po’ di tempo fa è successo a Bologna con Paolo Fresu, perché c’è una somiglianza impressionante tra il mondo delle carceri e degli ospedali. Il tema comune è il rapporto di cura davanti a un corpo danneggiato. La medicina ufficiale fatica ad accettarlo, ma ormai anche la scienza comincia a studiare che dal punto di vista energetico passa la cura da una madre che stringe la mano a un figlio in stato vegetativo. L’amore, la voce, l’arte devono produrre immedesimazione”.
Che cosa vuol dire?
“Io credo nello shock pre-traumatico, non in quello post-traumatico. È scontato occuparsi di un dramma quando ti colpisce direttamente, come se solo chi ha perso un figlio in coma, o un fratello come Ilaria Cucchi possano fare qualcosa. Da venticinque anni frequento la Casa dei Risvegli e la gente mi chiede ancora se lo faccio perché sono stato in coma. Basta. Vorrei fondare l’associazione delle persone non coinvolte: individui che non hanno drammi in casa, ma scelgono di farsene carico prima che succeda a loro”.
Lei parla di un impegno verso gli altri...
“Il termine impegno evoca sforzo, dovere. Ma avere cura, tenerezza per altri, è un piacere vitale. È l’indifferenza a essere innaturale. Abbiamo creato e pagato i Cpr, delegando a figure come Almasri il compito di trattenere e stuprare esseri umani pur di non farli arrivare qui. Dobbiamo aspettare che su quel barcone ci sia nostro figlio per indignarci?”.
Francesco De Gregori giorni fa, in una intervista, ha rivendicato la scelta dell’artista di non fare proclami dal palco...
“Ognuno è libero di fare ciò che vuole. Quello che non capisco è come si possa non sentire la pulsione dell’immedesimazione in un momento storico come questo. Guardiamo le foto degli ospedali bombardati a Gaza, in Libano, in Cisgiordania, e non colleghiamo i pezzi? Springsteen fa benissimo a dire dal palco le cose che dice. Io riempio i teatri, sono pure diventato nonno, sono in un’oasi di felicità. Ma tra un’oasi e l’altra a me interessa il deserto bollente che c’è in mezzo. Limitarmi a fare il compitino del cantante o dell’attore, non mi diverte più, non mi accontento più”.
Non crede però che ognuno abbia un suo modo di partecipare ai dolori del mondo?
“Certo, scendere in piazza non è il solo modo. Conosco suore di clausura che pregano da quindici anni e fanno un lavoro egregio. Nè credo che bisogna esporsi, per farsi belli. Io non metto piede in tv, per esempio. Ma su Erri De Luca che ha detto che non c’è stato genocidio, mi stupisce che un poeta non abbia quel percettore che ti fa sentire il dolore di un popolo”.
Ci vorrebbe più compassione secondo lei?
“Compassione, condivisione ed empatia sono termini frusti. Io reclamo la sovrumanità. L’umanità è questa qui, che tortura, uccide, odia. È Trump. È Netanyahu. È la politica che non capirà mai né la sanità né le prigioni. Luigi Manconi ha scritto pagine definitive sull’inutilità del carcere, dimostrando che abolirlo converrebbe a tutti, anche economicamente. Ma i politici non leggono questi libri perché i detenuti non portano consensi. Sovrumano è l’esercizio radicale di diventare l’altro. Cosa che mi piacerebbe vedere in particolare negli artisti”.
Per questo ha ideato l’installazione “Il tavolo delle trattative”?
“Ho chiesto a Emergency degli arti artificiali che non usavano più e li ho sostituiti alle gambe di un tavolo di legno. Chi si siede mette i suoi arti tra quelli di chi ha perso i suoi in guerra. Ci si immedesima, appunto. Il 29 lo porto a Bruxelles dai parlamentari europei. Vedo che mi guarda un po’ come un alce in deltaplano, ma se la politica non ce la fa a capire l’arte, l’arte non capisce la spiritualità, e la spiritualità non capisce le galere o gli ospedali, io provo a rimettere tutto insieme. C’è piacere e benessere a immedesimarsi negli altri. E mi creda, nei reparti dove andrò il 22 c’è disperazione, ma anche una forza energetica pazzesca. Triste è l’epoca che viviamo”.









