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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 8 maggio 2023

Centocinquanta anni fa moriva l’autore dei “Promessi sposi” ma la sua conversione emerse nella “Storia della colonna infame”, un’opera in cui ricostruisce un terribile fatto di cronaca avvenuto a Milano nel diciassettesimo secolo: il processo contro Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, accusati ingiustamente di aver diffuso la peste.

Illuminista o romantico, democratico liberale o moralista cattolico, pensatore cosmopolita o patriota nazionalista? Imbrigliare Alessandro Manzoni in una definizione da manuale è un esercizio accademico che spoglia il grande scrittore milanese della sua ricchezza e della sua complessità. Checché ne dica nel Cinque maggio, in lui i “due secoli l’un contro l’altro armati” non si puntano il fucile ma si danno la mano e si intrecciano lungo la linea di un’evoluzione intellettuale che tiene assieme i principi razionali dei lumi settecenteschi e il fervore religioso inteso come etica civile e senso della giustizia.

La sua formazione è chiaramente atea e materialista; lo zio Pietro Verri è il fondatore della rivista Il Caffé, nata nel 1764 nella Milano governata dal dispotismo illuminato e riformatore di Maria Teresa d’Austria che per due anni ha diffuso in Italia il pensiero dei philosophes francesi e degli utilitaristi inglesi, una rivista aperta alle nuove scienze, al progresso tecnologico, alle moderne idee di giustizia e democrazia, alla nascente economia politica, alla legislatura penale. Come scrisse Alberto Arbasino Il Caffé sviluppò “una cultura extra letteraria e un pensiero intellettuale “assolutamente moderno” a dispetto della grammatica arcaica dei Pedanti trasgredendo al purismo imbecille”. Pietro Verri e il fratello Alessandro avevano fondato in tal senso la provocatoria Società dei pugni per promuovere la figura dell’intellettuale che esce dai ristretti e polverosi orizzonti dei circoli universitari o dei club esclusivi per diventare un protagonista vero e proprio del dibattito pubblico e, perché no, del cambiamento politico.

Tra gli animatori de Il Caffé figura anche Cesare Beccaria, autore del celebre Dei delitti e delle pene nonché nonno materno di Manzoni: la filiazione delle idee di Beccarria rimarrà una bussola costante nella vita di Manzoni, orientando la sua morale anche quando il fervore romantico e il patriottismo diventano il principale motivo di ispirazione artistica e civile. Il rifiuto della pena di morte, l’avversione alla tortura, la limitazione della carcerazione preventiva, le proporzionalità delle sanzioni sono tutti concetti di cui Manzoni è impregnato fin dalla prima gioventù e che lo accompagnano alla piena maturità, filtrati e attualizzati attraverso una sensibilità umana, letteraria e religiosa tutta sua. Si è molto parlato della conversione al cattolicesimo di Manzoni, un passaggio circondato da un ‘aura misteriosa e dalla leggenda che lo vuole folgorato dalla rivelazione il 2 aprile 1810 nella chiesa parigina di San rocco dove assisteva ai festeggiamenti del matrimonio tra Napoleone Bonaparte e Maria Luisa d’Austria, il cosiddetto “miracolo di San Rocco”.

La conversione manzoniana fu in realtà, e non potrebbe essere altrimenti, un percorso graduale e sofferto, mentre il suo cattolicesimo non fu per nulla ortodosso ma influenzato da culture diverse. Della moglie Enrichetta Blondel trattiene il rigore protestante, i due si erano sposati con rito calvinista: a officiare la cerimonia Eustachio Degola, sacerdote giansenista che ha avuto una fortissima influenza filosofica sullo scrittore. Dal giansenismo Manzoni mutua infatti la concezione pessimistica della Storia, l’idea che gli esseri umani siano naturalmente portati a compiere il male senza l’intervento della grazia divina o della divina Provvidenza. ma anche nelle opere più religiose la matrice illuminista rimane intatta e visibile: la credenza non s i oppone alla ragione, semmai ne disegna i limiti e i confini ma non ne esclude lo sguardo. Come scrive ne Le osservazioni sulla morale cattolica, il mistero della fede è qualcosa “che la ragione non può penetrare, ma che tutta la occupa nell’ammirarlo”.

La religione è perciò uno strumento di conoscenza attorno alla quale si può costituire un’autentica antropologia politica e rifondare tutta l’etica collettiva: “Essa ha rivelato l’uomo all’uomo”. L’originalità con cui Manzoni interpreta e fa convivere in se stesso la fiducia nel progresso e nella razionalità con i precetti della fede cattolica segna le sue riflessioni filosofiche sulla giustizia che, a due secoli di distanza, ci appaiono ancora oggi di una modernità straordinaria. Le solide basi gettate dal nonno Cesare Beccaria sostengono e forniscono misura alla morale manzoniana così attenta ai diritti degli individui sottoposti all’arbitrio della sopraffazione. Questo emerge chiaramente ne I Promessi sposi e nella durissima critica della macchina giudiziaria amministrata dai dominatori spagnoli (il romanzo è ambientato nella Lombardia del Seicento) che con feroce classismo colpisce e vessa sempre i più umili e più deboli, permettendo ai prepotenti signorotti come Don Rodrigo qualsiasi tipo di angheria e impunità.

A differenza di quanto avviene in altri autori romantici, i protagonisti del suo romanzo non sono dei nobili eroi senza macchia e senza paura, ma Renzo e Lucia, due popolani le cui esistenze vengono schiacciate da un sistema che non concede ai sudditi la parità dei diritti e dei dover i che non impone ai membri di una comunità il medesimo rispetto delle leggi: in questo solco le concezioni egualitarie della Rivoluzione francese e quelle del messaggio evangelico cristiano trovano una sintesi perfetta.

Ma l’opera che più di tutte esalta le idee di Manzoni sulla giustizia umana e che fa di lui probabilmente il vero padre del pensiero garantista italiano è senza dubbio Storia della Colonna infame, un saggio storico pubblicato nel 1840 in appendice ai Promessi sposi in cui ricostruisce un terribile fatto di cronaca avvento a Milano nel diciassettesimo secolo: il processo contro Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora accusati di aver diffuso il morbo della peste e condannati a morte tramite supplizio dalle autorità spagnole.

Ecco in breve i fatti. Guglielmo Piazza era un importante dirigente sanitario del Ducato di Milano durante la “grande peste” che colpì la città lombarda nel 1630, flagellando tutto il nord Italia e provocando oltre un milione di vittime. Nel pieno dell’epidemia di peste Piazza fu avvistato da una cittadina, Caterina Trocazzani Rosa, mentre camminava lungo un edificio facendo strisciare la mano sul muro. Stava compiendo una normale ispezione per prendere appunti sulle condizioni igieniche degli edifici, e marciava raso muro per proteggersi dalla pioggia, ma la donna era convinta che l’uomo stesse spargendo oscure sostanze, le stesse responsabili dell’epidemia di peste: “Vide un uomo con la cappa nera e qualcosa in mano”, insomma un “untore”. Piazza viene catturato dagli agenti del capitano di giustizia spagnolo e immediatamente incriminato sulla base delle strane accuse della signora Trocazzani Rosa.

Con lui viene coinvolto anche Gian Giacomo Mora, il barbiere che gli avrebbe consegnato la sostanza venefica. Automatica la condanna a morte tramite supplizio emessa dopo una “confessione” di Piazza estorta con la tortura e con la promessa ingannatoria di garantirgli l’immunità. Anche non c’era alcuna prova contro di lui; nel suo appartamento le guardie non avevano trovato nessun indizio che ne facesse un untore e nulla nella sua condotta passata ha mai giustificato simili calunnie.

La descrizione che fa Manzoni dell’agonia di Piazza e Mora è di rara crudezza: “Tanagliati con ferro rovente, tagliata loro la mano destra, spezzate le ossa con la rota e in quella intrecciati vivi e sollevati in alto; dopo sei ore scannati, bruciati i cadaveri, le ceneri gettate nel fiume, demolita la casa di Mora, reso quello spazio inedificabile per sempre e su di esso costruire una colonna d’infamia”.

Piazza e Mora sono i capri espiatori ideali, le vittime di un autentico processo mediatico che fa a pezzi la presunzione di innocenza, la rilevanza delle prove, la consistenza dei testimoni d’accusa, il diritto di difesa, un processo che unisce in un patto diabolico il giustizialismo “dall’alto” delle autorità con la sete di vendetta “dal basso” del popolo stremato dall’epidemia di peste e desideroso di trovare un colpevole, a tutti i costi. E in cui i magistrati vengono irrimediabilmente condizionati dalle pressioni della “gente” che chiede vendetta.

Qui Manzoni va oltre Beccaria, si fa sociologo e osservatore della psicologia delle masse, illuminando le insidie delle suggestioni collettive, delle superstizioni e dei pregiudizi che obnubilano la mente e il giudizio. E reciprocamente del modo in cui i governi soffiano su quel fuoco, alimentando e titillando il desiderio di forca da parte del popolo.

Storia della colonna infame è anche di una formidabile critica della discrezionalità e dei meccanismi del potere politico connesso senza soluzione di continuità a un sistema giudiziario che non tiene conto de i diritti degli individui soli e indifesi contro il grande Leviatano. In questo tritacarne la prima vittima è la verità, intesa come ricostruzione razionale e attendibile dii fatti realmente accertati. Ecco cosa scrive Manzoni in proposito: “Que’ giudici condannaron degl’innocenti, che essi, con la più ferma persuasione dell’efficacia dell’unzioni, e con una legislazione che ammetteva la tortura, potevano riconoscere innocenti; e che anzi, per trovarli colpevoli, per respingere il vero che ricompariva ogni momento, in mille forme, e da mille parti, con caratteri chiari allora com’ora, come sempre, dovettero fare continui sforzi d’ingegno, e ricorrere a espedienti, dei quali non potevano ignorare l’ingiustizia”.