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di Francesca Sforza

La Stampa, 3 dicembre 2023

Nelle calpestatissime piattaforme in cui ciascuno ha un’opinione precisa del mondo, difficilmente si incontrerà Alessandro Piperno, che preferisce battere i sentieri poco praticati di altri argomenti, quelli che vanno poi a costruire i suoi libri: la colpa, la vergogna, la denigrazione di sé e della condizione umana. L’impressione è che il lavoro sia quello di arginare la baraonda delle chiacchiere e recuperare una forma di sapienza. Parola antica e altisonante che sicuramente non userebbe, ma che si affaccia, a tratti, nel corso di questa conversazione.

Piperno, lo sa che adesso ingenerare il senso di colpa è considerato l’errore degli errori nell’educazione delle giovani generazioni?

“Non avendo figli, non ho grandi interessi pedagogici. In linea di massima mi impegno a non giudicare nessuno, se non ogni tanto me stesso. Del resto, se da un lato capisco quanto sia deleterio, dall’altra credo che il senso di colpa possa essere un’efficace forma di civismo. Penso a società proverbialmente civili, e forse per questo così infelici, come quella anglosassone o scandinava, dove la sanzione sociale funge da deterrente. Sei una persona perbene solo se gli altri ti considerano tale”.

Insegnare a non sentirsi in colpa le sembra sbagliato?

“Non so cosa sia “sbagliato” in termini pedagogici, non me ne intendo. Da un lato ti dicono che non devi colpevolizzare nessuno, soprattutto te stesso, dall’altro sei continuamente sottoposto al severo giudizio degli altri. Ora, che in questo mondo di giacobini e di tribunali del popolo, la colpa venga abolita per editto fa un po’ ridere. Allora capisci perché la gente, pur di non assumersi la responsabilità dei propri errori, sia portata a scaricarla sugli altri. È la soluzione più comoda, la più rassicurante. Dopotutto, ciò che accomuna i populisti di tutte le latitudini è il messaggio subliminale che rivolgono all’elettore auto-indulgente: “non è colpa tua, è colpa loro”“.

Si sente più solidale con la filosofia dell’underdog?

“È una retorica che non mi appartiene. Come potrebbe? Non ho mai sentito una particolare ansia di riscatto. Forse perché sono cresciuto in un ambiente protetto che mi ha fornito molte opportunità per emergere. In realtà, più divento vecchio, più diffido di chiunque prenda troppo seriamente se stesso e il proprio ruolo nel mondo”.

Le capita spesso di essere frainteso da interlocutori privi di ironia?

“Continuamente. Oramai vige la dittatura della lettera. Quando faccio lezione all’università trovo sempre più complicato spiegare certe sfumature. Inizio a credere che i capolavori letterari siano troppo ambigui per offrire alla gente ciò di cui ha bisogno: risposte definitive e ricette per vivere meglio”.

Colpa dei social?

“Anche qui, temo di non essere la persona giusta a cui chiederlo. Ma immagino di sì, almeno quando riducono tutto al grado zero, quando cercano la frase a sensazione o il consenso immediato”.

L’insegnamento della letteratura ne risente?

“A dispetto di ciò che si pensa, i corsi di letteratura continuano a godere di una discreta popolarità. Le aule sono piene e la frequenza assidua. È in me che è avvenuto un cambiamento, non so quanto positivo: sono portato a semplificare, a evitare i paradossi. Per timore che chi mi ascolta non stia al gioco o che addirittura possa offendersi, ho rinunciato anche alle mie amatissime antifrasi. Che peccato. Senza tutto questo ben di dio, la fruizione di un romanzo si riduce a mero intreccio, ai personaggi, al contesto sociale, troppo poco per apprezzarlo davvero. Va bene identificarsi con un eroe o un’eroina, ma non esageriamo. Come spiegare le ambiguità di Emma Bovary? Chi è Emma? Una figura tragica, uno specchio in cui affogare o la parodia di una casalinga frustrata? Cosa pensa Flaubert di lei? La ama, la odia o la disprezza? Vaglielo a spiegare, alla gente, che se il lettore non si fa carico di questi interrogativi senza risposta non è un buon lettore”.

Nostalgia del Novecento?

“Non sono un tipo nostalgico e di certo non rimpiango la critica psicoanalitica, sociologica, strutturalista, genetica che mi veniva inflitta quando ero studente. Avverso i metodi e le ideologie che sottendono. Diciamo che le mie nostalgie novecentesche riguardano l’immaginario legato alla mia giovinezza. L’altra sera, dopo trent’anni dall’ultima volta, ho rivisto Film rosso di Kieslowski restaurato. Mi è parso tutto così bello. I colori, le sigarette, le acconciature...”

C’entra qualcosa la mancanza di una cultura della vergogna?

“Ci andrei piano con le parole. La “cultura della vergogna” suona alle mie orecchie un tantino intimidatoria, roba da regime autoritario. Certo che se con tale espressione intende l’assenza di spirito critico che autorizza chiunque a spararla grossa, a usare toni oracolari e autocelebrativi, a non avere nessun rispetto per le parole, allora temo che lei abbia ragione. Mi viene subito in mente Petrolini: “È la satira efferata al bell’attore stanco, affranto, compunto, vuoto senza orrore di sé stesso”. Lo sa il cielo se in circolazione - in tv, sui giornali, sui social - ce ne sono di attori del genere”.

Come mai non scrive mai editoriali o opinioni per il suo giornale?

“Non amo condividere le mie opinioni. E trovo quelle degli altri decisamente più interessanti delle mie. Del resto, se non hai messaggi da trasmettere, meglio tacere”.

In che senso?

“Mettiamola così: non ho mai firmato un appello in vita mia, non ho mai marciato per nessuna causa, la sola tessera che possiedo è quella della Lazio. Mi piace leggere e scrivere, non mi piace altro. Ho diversi amici scrittori che, chiamati a pronunciarsi su qualsiasi argomento, non si tirano indietro, mettendo volentieri le proprie idee al servizio della comunità. Nulla da eccepire, naturalmente, ma non fa per me. Anche se ho le mie opinioni politiche non vedo perché dovrebbero essere di pubblico interesse. In sovrimpressione vedo la famosa battuta di Woody Allen: “Gli intellettuali sono la prova di come si possa essere coltissimi e non cogliere la realtà oggettiva”“.

Un esempio?

“Be’, prenda il caso della cronaca nera. Mi è capitato di essere interpellato su omicidi efferati, tragedie di famiglia, casi irrisolti, insomma su eventi troppo drammatici, troppo delicati per consentirti uno spazio di manovra. Non puoi mica metterti a pontificare sulle ragioni di un assassino, come forse faresti in un’opera di fiction. E allora te la cavi buttando giù l’ennesimo articolo pleonastico, pensoso, melenso e genericamente indignato. Ci sono cascato un paio di volte in tutto. Da allora mai più”.

Esclude la possibilità che la scrittura possa trasformare una banalità in qualcosa di più vero?

“Credo che le banalità scritte in modo forbito siano una iattura dell’umanità. È raro che il pezzo di uno scrittore laureato sul conflitto israelo-palestinese sia più efficace dell’analisi circostanziata di un inviato embedded o di un esperto di geopolitica o di tattica militare”.

Gli scrittori facciano gli scrittori?

“Non ho ricette generali. Ogni caso è a sé. Di recente ho amato molto un articolo dello scrittore israeliano Eshkol Nevo che raccontava i giorni successivi al 7 ottobre. Era un pezzo accorato, di rara umanità, in cui la capacità affabulatoria di Nevo era messa al servizio di una verità incandescente. Un articolo del genere nasce dalle circostanze, non lo puoi scrivere a comando o per commissione. Nessuno di noi, osservando gli eventi in televisione, avrebbe potuto trasmettere la stessa sensazione di angoscia, resistenza e speranza che Nevo ha saputo infondere al suo racconto. Non avendo niente da insegnare, Nevo ha fatto parlare i fatti. Se è questo che lei intende quando mi chiede se gli scrittori devono fare gli scrittori, la risposta è sì”.

Minori colpe e minori vergogne rendono la vita sociale meno interessante?

“È chiaro che il cosiddetto “progresso dei costumi” rende il territorio di indagine del romanziere più limitato. Ma non mi pare un buon motivo per rimpiangere i bei vecchi tempi andati in cui ebrei, omosessuali e divorziate venivano discriminati. L’idea che l’adulterio non sia più un reato, come accadeva quando scrivevano Flaubert e Tolstoj, mi sembra un bel passo in avanti. Forse gli scrittori ci hanno rimesso, ma chi se ne importa degli scrittori. Meglio una società libera senza Tolstoj che una società zarista piena di Tolstoj. E comunque non mi lamento. Il campo d’indagine a disposizione di un romanziere è talmente vasto da coincidere con le “Grandi Leggi” di cui parlava Proust: snobismo, vanità, gelosia, amore, bellezza, morte. Questa roba non passa mai di moda. Finché ci sarà un bar in cui ascoltare le conversazioni altrui, lo scrittore troverà il modo di prosperare”.

Non la si vede molto in giro per convegni o conferenze, come mai?

“Se devo farlo lo faccio, soprattutto per ragioni promozionali. Ma se posso evito. Preferisco ascoltare gli altri e mi annoia sentirmi dire cose che so già. Da quando dirigo la collana dei “Meridiani” Mondadori ho preso a spendermi di più, ma lo faccio per loro. Philip Larkin, Agnon, Samuel Beckett. Meglio parlare di questi giganti che di sé stessi. Poi, vede, un buon oratore è animato da un mix di narcisismo e spirito pedagogico, due impulsi che preferisco indirizzare ad altre attività, come per esempio la scrittura”.

Crede alla letteratura come impegno?

“Sicuramente non nell’accezione che alla parola davano Sartre e i suoi accoliti facinorosi. A essere sincero, non credo spetti a me definire ciò che faccio “letteratura”. Parlerei più modestamente di scrittura. E allora sì che si tratta di un impegno, di un impegno parecchio oneroso”.

Nella scrittura c’è più fatica o più piacere?

“Quando decisi che avrei fatto lo scrittore, più di trent’anni fa, mi veniva naturale considerare il mestiere che mi ero scelto in modo competitivo e antagonistico. Ha presente quelle cose che dice Harold Bloom sull’angoscia di influenza? Be’, oggi non è più così. Me ne infischio del mio posto nel mondo letterario. Scrivo per vivere, nel senso che se non lo facessi ogni santo giorno la mia vita non avrebbe scopo. Anche se di solito è tutto molto faticoso e mortificante, so che la felicità è dietro l’angolo: un dettaglio adeguato, un dialogo frizzante, un personaggio minore che sembra prendere vita come il proprietario del mini-market sotto casa. Scrivere un romanzo somiglia molto a certi giochi infantili: tipo il Lego o i Playmobil… Richiede una grande fantasia e parecchia precisione. Il divertimento sta tutto nell’allestimento. Una volta che il libro è finito smette di essere interessante, almeno per chi lo ha scritto. Ha mai notato quanto sono magri i grandi chef? È chiaro che non amano mangiare le loro creazioni”.

Il lavoro come religione?

“Il lato buono di non prendersi troppo sul serio - le proprie opinioni, la propria reputazione -, è che resta un sacco di tempo per concentrarsi sul lavoro. Da qui a definirlo una religione ce ne passa”.

È un perfezionista?

“Non lo sono affatto. Anzi, mi piacciono le cose sbagliate, sbilenche e persino i refusi”.