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di Luigi Ferrarella

Corriere della Sera, 14 maggio 2024

L’avvocata Alessia Pontenani ha accusato madre e sorella dell’imputata di “responsabilità morale”. Viviana Pifferi: “Diana sarebbe ancora qui se fosse toccato a noi difenderla”. Di positivo - quando la Corte d’Assise lunedì mattina entra in camera di consiglio per la sentenza su Alessia Pifferi, imputata d’aver lasciato sola a casa a morire di sete e fame la figlia di 18 mesi Diana nei sei giorni di luglio 2022 in cui era in vacanza fuori Milano con un uomo - c’è che mette fine a un match che stava scendendo un po’ troppo sotto la cintura: di qua l’avvocata Alessia Pontenani (indagata dal pm in una controversa inchiesta-parallela su due psicologhe di Pifferi a San Vittore) che accusa madre e sorella dell’imputata di “responsabilità morale, sono stanca di questa famiglia comportatasi malissimo, se si fossero occupati di lei non saremmo qua”; e di là il pm Francesco De Tommasi a replicare chiedendo ai giurati popolari di “non riconoscere alcun beneficio” all’imputata “bugiarda, attrice e due volte traditrice di Diana quando la lasciò sola e quando qui ha mentito”, ma di condannarla all’ergastolo per “offrirle una speranza” (dice così), “la speranza di superare e compensare, attraverso la sofferenza della pena, il dolore che prima o poi le esploderà dentro”.

Il circo mediatico - Dentro e fuori l’aula, nell’attesa, il circo allestito da decine di tv, e alimentato sino a poche ore prima dalle presenze fisse della legale nelle più varie trasmissioni, non si placa: e del resto nella penultima udienza non solo l’imputata aveva rivolto le proprie dichiarazioni spontanee alla giuria televisiva prima che alla Corte d’Assise (“Voglio dire a tutta Italia, e a lei signor giudice, che non sono un mostro”), e aveva affermato d’aver preso consapevolezza dei propri disturbi mentali “vedendo la tv”, ma addirittura il perito psichiatrico della Corte aveva messo nero su bianco che la “spettacolarizzazione mediatica subita da questa drammatica vicenda avrebbe potuto costituire un’indiretta pressione psicologica sul perito e sui consulenti di parte”.

Il calcolo della pena - Alla fine il pendolo dell’aritmetica giudiziaria si ferma sull’ergastolo: per la Corte presieduta da Ilio Mannucci Pacini la 38enne nel 2022 era “capace di intendere e volere” non un “abbandono di minore” con morte come conseguenza (tesi difensiva da 3 a 8 anni di pena), bensì con “dolo diretto” l’”omicidio volontario” della figlia Diana di 18 mesi, lasciata 6 giorni sola con “due biberon di latte, due bottigliette d’acqua e una di teuccio”. L’omicidio è punito con non meno di 21 anni e non più di 24, ma se è aggravato dal rapporto di filiazione fa scattare (anche senza l’esclusa premeditazione) l’ergastolo: che schiaccia Pifferi perché i 2 giudici togati e i 6 popolari non le concedono alcuna attenuante (nemmeno le generiche) in grado di bilanciare le aggravanti, eliderle e riportare la pena ai 24 anni per omicidio semplice.

Il ricorso in Appello - Pontenani ricorrerà in Appello per valorizzare in Pifferi un deficit intellettivo che, oltre a non farle provare empatia (come rilevato pure dal perito d’ufficio), le impedirebbe di accorgersi delle sofferenze altrui, nonché di prevedere e collocare nel tempo le conseguenze delle proprie azioni, risolvendosi in quella incapacità di intendere e volere negata invece dalla perizia della Corte. “Senza l’inchiesta parallela forse la perizia avrebbe dato esito diverso”, insiste Pontenani, evocandone il condizionamento a suo avviso da quando a gennaio emerse che il pm aveva intercettato due psicologhe del carcere, indagandole in concorso proprio con l’avvocato per ipotesi di falso ideologico e favoreggiamento nell’avere (secondo l’accusa) “creato, con false attestazioni sullo stato mentale della detenuta, le condizioni per tentare di giustificare test psicodiagnostici” fuori da “buone prassi”. Indagine che il 4 marzo aveva provocato lo sciopero degli avvocati milanesi per protesta contro una ritenuta “gravissima ingerenza nell’attività difensiva in corso di processo”.

La madre e la sorella - “Penso che i giudici abbiano fatto quello che è giusto, perché per me Alessia non ha mai avuto attenuanti, non è mai stata matta o con problemi psicologici”. Viviana Pifferi è sua sorella, e (insieme alla madre Maria Assandri) parte civile contro di lei nel giudizio concluso dall’ergastolo. Un processo nel processo, con furibondi scambi di accuse incrociate su chi negli anni avesse abbandonato chi. Al punto che l’avvocata di Pifferi, Alessia Pontenani, in arringa ha chiamato in causa una loro “responsabilità morale”: “Sembra che la colpa sia nostra, ma non è così. Diana sarebbe stata qua se fosse toccato a noi difenderla”, replica la sorella Viviana, mentre la madre Maria reagisce: “Dicono che Alessia mi telefonava e non andavo, ma se è successo ci sarà stato un motivo, andavo al lavoro. Io ho fatto tutto e di più, ho l’animo in pace anche se è arrabbiato. Non ne posso più di questa storia straziante e umiliante di fronte a tutto il mondo, io non ho fatto niente di male. Alessia non ha mai fatto capire niente: se solo avessi visto o sentito tanto così, quella bambina gliela avrei portata via anche se lei non voleva”.

Pontenani lamenta che Pifferi ieri sia rimasta “dispiaciuta” per “il sentire festeggiare dietro di lei alla parola “ergastolo”, ma per la sorella non è così: “In questo momento non so neanche dire cosa provo, è una cosa stranissima. Spero che adesso Diana possa volare via in pace”. E anche la madre afferma che “ora non riuscirei a dirle nulla. È un dolore atroce, si è dimenticata di essere una mamma, deve pagare per quello che ha fatto: se si fosse pentita e mi avesse chiesto scusa… Ma non l’ha fatto”.