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di Francesco Grignetti

La Stampa, 17 ottobre 2026

Il magistrato: “Il vero problema è il ricorso eccessivo al carcere duro, il 41bis va gestito meglio”. Il magistrato Alfonso Sabella, che di mafia e mafiosi tanto si è occupato quand’era nel Pool di Palermo e poi al Dipartimento penitenziario con Gian Carlo Caselli (tra 1999 e 2001), ha avuto un brivido alla schiena leggendo che tra i boss che hanno beneficiato di permessi nell’ultimo anno c’era anche Cristofaro “Fifetto” Cannella, condannato all’ergastolo per le stragi di mafia, oppure Mario Capizzi. Entrambi detenuti al 41bis. “È una notizia che mi ha fatto un male enorme”.

Perché tanta attenzione su questi due?

“Intanto per la caratura criminale. Cannella ebbe un ruolo centrale nella strategia stragista di Cosa Nostra negli Anni Novanta. Fu lui, alter ego di Giuseppe Graviano, a coordinare i picciotti a Roma, Firenze e Milano. Capizzi ha partecipato alla custodia del piccolo Di Matteo. La cosa mi inquieta molto. Sono persone che non hanno mai dato un segno di reale presa di distanza dalle loro organizzazioni”.

Hanno beneficiato di permessi particolari, “di necessità”, ad esempio quando muore un famigliare...

“Tutto legittimo, ma io, se c’è la necessità, se Cannella deve andare al funerale del padre, lo mando fuori per poche ore e attorniato dagli agenti armati della polizia penitenziaria. Non lo so, mi auguro che sia stato così. Perché c’è una valenza simbolica, oltre che pratica, che non si può sottovalutare”.

Intende dire che uno Stato forte si può permettere un’eccezione, ma dimostrando che è una eccezione?

“Può sembrare duro ma devo tutelare un interesse superiore che è quello dell’ordine e della sicurezza pubblica. Ad un detenuto del 41bis si può pure dare il cosiddetto permesso di necessità, ma le modalità esecutive devono essere tali da garantire nella maniera più assoluta che non possa approfittarne per riprendere i contatti con la sua cosca. Il vero problema, però, è proprio il ricorso al 41bis come se ne fa oggi”.

Secondo lei è un uso troppo esteso?

“Ai miei tempi, venticinque anni fa, quando la realtà di Cosa nostra era ben diversa, i detenuti al 41bis erano circa 400; oggi sono il doppio. Il punto è che siccome non funziona l’Alta sicurezza, allora si ricorre troppo al 41bis. Ma così facendo si mette a repentaglio uno strumento fondamentale perché è più difficile sostenere in Europa che certo trattamento così duro è indispensabile se non è limitato a chi davvero lo merita”.

Tornando un attimo a Cristofaro Cannella?

“Lo arrestai io e ricordo bene la vicenda. Quando si svolse il processo di primo grado, eravamo all’Aula bunker di Firenze, io ero il pm e Cannella era nelle gabbie. A un certo punto mi fecero presente che la compagna era in aula con il figlio appena nato e che Cannella, pur detenuto al 41bis, avrebbe voluto abbracciare il bebè. Eravamo in un’aula-bunker piena di polizia, non c’era motivo di negarlo e acconsentii. Passa qualche tempo. Si arriva all’appello. E un nuovo pentito, tal Giusto Di Natale, mette a verbale che un progetto di un attentato contro di me era stato accantonato per questo gesto di umanità. Ecco chi è Fifetto Cannella”.

I permessi sono stati imposti dalla Corte dei diritti dell’uomo perché il diniego automatico di ogni beneficio era inumano...

“In certo modo mi trova d’accordo. Il 41bis è prezioso, perché è strategico che vengano interrotti i contatti dei boss con l’esterno, ma va saputo gestire. Ha avuto un senso costringere Bernardo Provenzano a morire dietro un vetro blindato, quando ormai era ridotto a un vegetale? Per me è stata una inutile crudeltà. Caso diverso per Totò Riina, che è morto al 41bis da orgoglioso capo dei capi”.

Anche la Consulta ha stabilito che, a certe condizioni, si possono dare permessi ai mafiosi, compresi quelli del 41bis...

“Sì, ma se si leggono bene le sentenze, la Corte ci dice che in certi casi, i diritti individuali devono cedere il passo ai diritti della collettività. Nel caso della sicurezza pubblica, è il diritto del singolo che deve cedere. Però è chiaro che quelle del 41bis devono essere misure graduate e mirate al reale obiettivo”.

Ad esempio il vetro divisorio nei colloqui?

“Il vetro fu tolto per i colloqui del detenuto con figli sotto i 10 anni. Sembrava buon senso. Ma che accadde? Avevo fatto arrestare un certo Vito Vitale, che stava preparando un attentato contro di me con un lanciamissili. Avendolo arrestato, gli avevo messo le microspie dappertutto, anche in carcere. Era al 41 bis. Negli ultimi minuti del colloquio gli fanno abbracciare il figlioletto di 9 anni. E lui sussurra all’orecchio del bambino: “Dì a tuo fratello Giovanni (il fratello maggiore che aveva quasi 17 anni) di scannare la vacca palermitana”. La vacca palermitana era un certo Zanca, un pentito che mi aveva anche aiutato ad arrestarlo. Io denunciai il tutto e ne venne una polemica fortissima con il direttore del Dap, Alessandro Margara”.