di Luigi Manconi
La Repubblica, 5 ottobre 2023
Perché ricordare la vicenda delle 29 fotografie di famiglia dell’anarchico detenuto a Sassari. Nel saggio di Susan Sontag “Sulla fotografia”, pubblicato da Einaudi (prima edizione 1978), l’autrice, riprendendo il mito platonico della caverna, scrive che “l’insaziabilità dell’occhio fotografico modifica le condizioni di prigionia in quella grotta che è il nostro mondo; insegnandoci un nuovo codice visivo, le fotografie alterano e ampliano le nostre nozioni di ciò che val la pena guardare e di ciò che abbiamo il diritto di osservare; la conseguenza più grandiosa della fotografia è che ci dà la sensazione di poter avere in testa il mondo intero”. La fotografia come ampliamento di ciò che abbiamo “il diritto di osservare” acquisisce, evidentemente, un significato ulteriore quando la prigionia, con le sbarre alle finestre e i suoi orizzonti limitati, diventa reale. Chiunque abbia avuto esperienza diretta o indiretta del carcere sa quale sia l’importanza delle fotografie per chi è detenuto.
Per tutte queste ragioni, mi pare utile evidenziare e non dimenticare la recente vicenda che ha riguardato 29 fotografie, di proprietà di Alfredo Cospito, detenuto tutt’oggi nel carcere di Bancali a Sassari. Prima del suo trasferimento nel carcere di Opera, avvenuto nel gennaio del 2023, a Cospito era stata vietata la possibilità di tenere una foto dei genitori defunti, poiché - dicevano dall’Istituto sardo - era prima necessario avere conferma della loro identità da parte del Comune di riferimento. Una volta trasferito a Milano, le foto non sembrano più costituire pericolo tant’è che - come ricorda il legale di Cospito Flavio Rossi Albertini - esse presentavano tutte il visto di censura della casa di reclusione di Opera.
Nel giugno scorso Cospito però torna nel carcere di Bancali e con lui torna anche il divieto di avere con sé quelle 29 fotografie, tutte raffiguranti momenti domestici, feste e occasioni di famiglia. La corte d’Assise di Torino avvalla quanto disposto dalla direzione e conferma il divieto. A quel punto, interviene un reclamo da parte della difesa in cui si legge che “la motivazione contenuta nel provvedimento di trattenimento temporaneo è destituita di ogni fondamento, perché i soggetti riprodotti nelle immagini sono persone già censite dall’istituto ovvero immortalano fratelli di Cospito già regolarmente autorizzati ad effettuare i colloqui visivi mensili con il congiunto”. Non convinto da tali argomentazioni, il 14 settembre il pm del Tribunale di Torino, Paolo Scafi, chiede di rigettare il reclamo affermando categoricamente che le fotografie possono contenere “messaggi criptici”.
Il 16 settembre scorso, infine, la decisione del Tribunale di Torino che accoglie il reclamo della difesa, affermando che “la consegna delle foto non pregiudica nulla. Si tratta di foto risalenti a decenni fa come si apprezza dall’abbigliamento delle persone in contesti domestici e familiari. Non appaiono celare messaggi critici e non mettono a repentaglio l’impostazione del regime penitenziario del 41bis”. Per ora, quindi, l’epopea delle foto dei familiari di Cospito si è conclusa: il recluso potrà accedere a quei ricordi, esercitando il suo supremo “diritto ad osservare”. E c’è di che riflettere sul senso della pena.










