di Claus Leggewie*
micromega.net, 27 ottobre 2025
Sul caso Sansal, l’Europa deve fare pressioni sull’Algeria. E anche il governo Meloni dovrebbe fare la sua parte. Da quasi un anno lo scrittore franco-algerino Boualem Sansal è detenuto ingiustamente; a giugno è stato condannato a cinque anni di carcere, che sta scontando in un istituto penitenziario nei pressi di Algeri. Sansal, ottantenne malato di cancro, ha pochissimi contatti con il mondo esterno, se non con la moglie, anch’ella malata, e non riceve le cure mediche di cui avrebbe bisogno. Finora non si è avuto alcun segno che il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune intenda concedergli la grazia o espellerlo verso la Francia o un altro paese europeo, come qualche tempo fa si sperava. Dal palazzo presidenziale trapelano di tanto in tanto voci secondo cui il presidente starebbe cercando il momento adatto, dopo aver lasciato passare festività legate alla rivoluzione di liberazione algerina, occasioni in cui di norma vengono rilasciati detenuti comuni.
Sansal aveva espresso il suo dissenso verso questo regime in romanzi e saggi già da tempo, e tuttavia fino al 2024 non aveva subìto conseguenze. È stata un’intervista a un organo di stampa francese, i cui contenuti non erano in linea con la visione storica nazionalista del presidente algerino, a portare al suo arresto e alla condanna. Un’espressione di pensiero libero - che tra persone civili potrebbe essere oggetto di un dibattito acceso ma lecito - gli è valsa l’accusa di alto tradimento e l’imposizione brutale del silenzio, in una cella di nove metri quadrati.
Tutto ciò è noto da mesi. A quanto pare, oltre alla diplomazia francese anche altri Stati hanno cercato di ottenere la sua liberazione o almeno un trasferimento all’estero per cure mediche (che, tra l’altro, erano state concesse in Germania al gravemente malato predecessore di Tebboune, Bouteflika) ma finora è stato tutto inutile. Si continua a ripetere che un atteggiamento troppo conflittuale potrebbe peggiorare la situazione di Sansal. Ma la realtà ha già fornito la smentita. Un altro cittadino francese, il giornalista sportivo Christophe Gleizes, anch’egli arrestato ingiustamente, è stato condannato a sette anni di prigione. Il motivo? Aveva cercato di intervistare alcuni membri della squadra calcistica “Jeunesse Sportive de Kabylie” (JSK), nel mirino del regime ufficialmente per un presunto sostegno all’autonomia culturale della regione berbera, passate in realtà per critiche al “palazzo”. Le autorità francesi sono rimaste in silenzio, mentre Gleizes si è visto recapitare un’accusa di sostegno al terrorismo.
Entrambe le condanne dimostrano l’insicurezza di un regime che si sente minacciato, nel caso Sansal, quando viene messo in discussione il mito dell’unità nazionale algerina intesa come repubblica arabo-islamica. Con queste condanne, si vuole trasmettere l’idea che l’Algeria stia continuando la sua lotta di liberazione anticoloniale, sostenendo nel contempo il movimento indipendentista saharawi Polisario e la causa palestinese, nell’ambito della quale il paese vuole presentarsi come capofila del movimento antisionista contro Israele.
Si comprende così quanto le domande di un giornalista o i testi di uno scrittore vengano profondamente politicizzati, fino a far diventare i loro autori pedine sacrificabili nella partita a scacchi con la Francia, con la cui società l’Algeria è storicamente legata a doppio filo, un legame che attraverso la migrazione giunge fino ai giorni nostri. Il regime algerino non è interessato né alla riconciliazione né a un’elaborazione del passato: tiene vivo il conflitto anche attraverso agenti della sicurezza e dei consolati, così come influencer sui social media che diffondono disinformazione e promuovono attacchi in Francia. Con questo atteggiamento antifrancese - e più in generale antioccidentale - il regime cerca di contenere il malcontento sociale, la mancanza di prospettive per i giovani, le rivendicazioni femminili di emancipazione e le richieste politiche di democrazia che si sono manifestate con forza nel movimento Hirak del 2019/2020.
Fatale è ora la strumentalizzazione che del destino di Boualem Sansal viene fatta dalla politica interna francese. L’estrema sinistra sfoga il proprio ardore postcoloniale contro lo scrittore, accusandolo di aver rilasciato un’intervista a una piattaforma dichiaratamente di destra. Nel frattempo, gli estremisti di destra del Rassemblement National si schierano a favore di Sansal per ragioni facilmente decifrabili: il loro profondo risentimento nei confronti dei musulmani e una tradizione revanscista legata all’”Algérie française”. Il gruppo europarlamentare di cui il partito fa parte, Patrioti per l’Europa, aveva proposto al parlamento europeo di assegnare a Sansal il Premio Sakharov per la libertà di pensiero [poi assegnato ai giornalisti Andrzej Poczobut e Mzia Amaglobeli, detenuti rispettivamente in Bielorussia e in Georgia]: una proposta che non si poteva che sostenere, anche se l’estrema destra ne ha fatto un uso strumentale. Il partito pseudo-sinistra, in realtà nazionalista e antieuropeo, La France Insoumise di Jean-Luc Melenchon, accusa Sansal di essere responsabile del proprio destino a causa delle sue critiche all’islam e della sua simpatia per Israele. Lo scrittore Kamel Daoud, anch’egli minacciato e in esilio in Francia, ha detto ciò che era necessario dire su questa vergognosa manovra. La sinistra, che invoca sempre la libertà di espressione per sostenere le proprie cause - anche quando ciò arriva a includere simpatie per Hamas - dimostra di non comprendere la libertà di pensiero e artistica nella sua essenza: essa inizia quando si tollerano anche opinioni che non piacciono.
Il comitato di solidarietà di Parigi, che si impegna instancabilmente per la liberazione di Sansal, è continuamente bersagliato da minacce anonime. La sua impotenza riflette soltanto l’impotenza - o meglio: la rinuncia a impegnarsi - dei governi e delle istituzioni europee nei confronti di un regime autocratico. Si ha l’impressione che il sequestro di due cittadini francesi abbia legato le mani agli europei, e che il regime algerino tenga il coltello dalla parte del manico. Ma non è affatto così. Gli Stati membri dell’Ue e la Commissione europea dispongono di strumenti di pressione: esistono accordi bilaterali e multilaterali con l’Algeria che riguardano l’esportazione di gas naturale e tecnologie del futuro come l’idrogeno verde. L’Algeria è alla ricerca di condizioni economiche più vantaggiose e i nostri governi dovrebbe porre come condizione per ottenerle la liberazione di Sansal e Gleizes (e, per inciso, anche di altri prigionieri politici). Anche l’Italia può fare la sua parte. È infatti il paese con cui l’Algeria intrattiene i rapporti economici e politici più stretti. È necessario un ultimatum: i negoziati con Bruxelles salteranno se Sansal non sarà liberato entro la fine dell’anno. Non è accettabile che l’Europa e l’Occidente tradiscano i propri princìpi e si pieghino a regimi autoritari quando si profilano svantaggi economici.
*Traduzione dal tedesco a cura della redazione











