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di Riccardo Noury*

Il Fatto Quotidiano, 29 marzo 2022

La vicenda è simile a quella raccontata qui la settimana scorsa: emergono prove di torture in una stazione di polizia ma a finire sotto indagine sono coloro che le hanno rivelate. La volta scorsa in Egitto, questa volta in Algeria. Un anno fa due attivisti di “Hirak”, Mohamed Tadjadit e Tarek Debaghi, pubblicano su Facebook un video nel quale si vede un quindicenne arrestato durante una manifestazione pacifica piangere disperatamente dopo che, dice, agenti di polizia lo hanno aggredito e hanno cercato di stuprarlo.

Il video diventa virale e dopo un po’ persino le Nazioni Unite ne chiederanno conto alle autorità algerine. Queste prendono le contromisure per mettere a tacere la vicenda. Il 4 aprile la polizia arresta Tadjadit e un suo amico, Malik Riahi. Il giorno dopo è la volta di Debaghi, Noureddine Khimoud e Souheib Debaghi, imparentata con Tarek. La sera stessa la procura di Algeri annuncia l’apertura di un’inchiesta sulla denuncia di torture.

Ma tre giorni dopo, l’8 aprile, la stessa procura convoca una conferenza stampa nella quale afferma che i cinque attivisti sono sotto indagine, che si sta indagando anche sui loro legami col movimento “Rachad”, accusato di terrorismo, che il ragazzino è un tossicodipendente e in quanto tale non credibile e che, infine - dato che per screditare le persone usare il tema dell’omosessualità torna sempre comodo - avrebbe avuto una relazione sospetta con uno degli attivisti. In più, i cinque attivisti avrebbero ricevuto fondi dall’estero per architettare tutta l’operazione allo scopo di minacciare l’unità nazionale e avrebbero sfruttato il quindicenne per fini politici.

Le accuse nei loro confronti vengono così formalizzate: offesa a pubblico ufficiale, diffamazione nei confronti della magistratura, pubblicazione di notizie false, corruzione di un minorenne, istigazione di un minorenne alla dissolutezza, minaccia alla vita privata di un minorenne mediante la pubblicazione di immagini che possono danneggiarlo, sfruttamento di un minorenne attraverso l’uso di mezzi di comunicazione in modo immorale e possesso di droga.

Da un anno, dunque, i cinque attivisti sono in detenzione preventiva in attesa del processo. Il 28 febbraio hanno intrapreso uno sciopero della fame, interrotto dopo tre settimane a colpi di botte. Per rappresaglia, sono stati trasferiti dalla prigione di al Harrach a quella di al Bouira.

Un processo in realtà è iniziato, nei confronti di Malik Riahi, ma per una vicenda separata: è imputato di aver reso pubblico “materiale che pregiudica la sicurezza nazionale”, prodotto dal whistleblower Mohamed Abdellah. Il processo va avanti, col rischio di una condanna a tre anni di carcere.

Dei cinque imputati, Mohamed Tadjadit, detto “il poeta di Hirak”, era stato già condannato nel 2019 a un anno e mezzo di carcere, con pena poi ridotta in appello, per “minaccia alla sicurezza nazionale”: aveva declamato versi durante le manifestazioni.

*Portavoce di Amnesty International Italia