di Pietro Del Re
La Repubblica, 26 maggio 2021
La polizia algerina ha fermato decine di persone in tutto il Paese per reprimere le manifestazioni di piazza inscenate ogni venerdì dal movimento Hirak. Venerdì scorso è stata vietata dalla polizia la 118esima manifestazione dell'Hirak, il movimento algerino nato nel febbraio 2019 contro la candidatura per il quinto mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika, poi costretto a dimettersi. Dopo un anno di totale lockdown, i giovani della "rivoluzione del sorriso" o della "primavera algerina", come la stampa locale ha battezzato la protesta avevano ripreso a manifestare già da febbraio, chiedendo un radicale cambiamento del sistema politico e il rinvio delle elezioni anticipate annunciate dal presidente Abdelmadjid Tebboune. L'Hirak vuole anche una nuova costituzione elaborata in modo partecipativo e non calata dall'alto come quella entrata in vigore il primo gennaio di quest'anno, e il rinnovo di un governo che comprende elementi del gruppo di potere intorno a Bouteflika.
Con il regime che adesso accusa il movimento di essersi lasciato infiltrare da "elementi separatisti e da correnti illegali vicini al terrorismo", le prigioni si riempiono nuovamente. E preoccupa la sorte di 22 detenuti in sciopero della fame dal 6 aprile, arrestati tre giorni prima con il pretesto di "attentato all'unità nazionale e raduno sedizioso". Tre giorni fa, gli agenti della Brigade de recherche et d'intervention hanno fermato ottocento persone solo nella capitale, e bloccato ogni accesso al centro della città a chi avrebbe voluto partecipare alla marcia, mentre i fedeli che uscivano dalla moschea Al-Rahma, solitamente i primi a mettersi in marcia dopo la grande preghiera del venerdì, sono stati invitati a rientrare nelle loro case. La sede del partito d'opposizione Rassemblement pour la culture et la démocratie è stata circondata dalle forze di sicurezza, con un centinaio di militanti che s'erano rifugiati al suo interno. Nel frattempo, alla questura di Algeri le camionette della polizia continuavano a scaricare centinaia di persone arrestate.
Come ci spiega al telefono un attivista del Comité national pour la libération des détenus, associazione che aiuta i perseguitati per i diritti d'opinione, che i fermati sono stati tutti brutalizzati dalla polizia, com'era già successo le settimane precedenti, sebbene le immagini di queste violenze girate con i cellulari stavolta non siano state pubblicate in rete per via della censura imposta ai media che seguono l'Hirak. In Cabilia, intanto, regione tradizionalmente ribelle, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine con imponenti cortei nelle città di Béjaia e Tizi Ouzou. "La situazione non farà che peggiorare fino alle prossime elezioni anticipate che contro il parere dell'Hirak si terranno il 12 giugno", dice sempre l'attivista che per ovvi motivi chiede di mantenere l'anonimato.
Da diverse settimane il regime cerca di impedire ogni forma di protesta, e il ricorso alla violenza della polizia ha già ottenuto l'effetto di smobilitare le folle di manifestanti, soprattutto dopo che dal 9 maggio per ogni raduno di piazza è richiesta un'autorizzazione rilasciata del ministero dell'Interno. "Il solo modo che abbiamo per sconfiggere la repressione è di marciare numerosi nelle strade del Paese, ma la gente adesso ha davvero paura". Tuttavia, altri analisti si dicono certi che ci vuole altro per fermare l'Hirak e che il movimento è destinato a perdurare nel tempo finché non otterrà le riforme richieste.
Sono i due i rischi maggiori che corre l'Hirak. Il primo è che gli attivisti non riescano a strutturare politicamente la protesta in corso da due anni, nel qual caso il movimento sarà comunque destinato ad estinguersi col tempo. Il secondo è che questo vuoto politico possa favorire gli estremisti islamici, i quali silenziosamente sfruttano la crisi sociale ed economica per guadagnare consensi. E che potrebbero rovesciare il regime come fecero in Egitto i Fratelli musulmani quando scipparono la rivoluzione ai martiri di Piazza Tahrir.
Anche l'Onu si dice "sempre più preoccupata" per la situazione in Algeria in cui alcuni diritti fondamentali, come il diritto di libertà d'opinione e quello di riunirsi pacificamente sono "continuamente violati", ha dichiarato l'Alto commissariato per i diritti umani di Ginevra. "Chiediamo alle autorità algerine di cessare immediatamente il ricorso alla violenza per disperdere manifestazioni pacifiche e l'arresto arbitrario di persone che hanno esercitato il loro diritto di espressione", ha detto Rupert Colville, portavoce dell'Alto commissariato. Un appello che il regime di Algeri verosimilmente ignorerà.











