di Rachida El Azzouzi*
Il Fatto Quotidiano, 21 settembre 2020
Il pugno di ferro del regime sull'informazione. Il giornalista Khaled Drareni, in prigione dallo scorso 7 marzo, è stato condannato, martedì 15 settembre, dalla corte d'appello di Algeri, a due anni di reclusione, semplicemente per aver svolto il suo lavoro. A agosto era stato condannato in primo grado a tre anni. Il suo crimine: aver pubblicato degli articoli sull' "Hirak", in un paese come l'Algeri che sta sprofondando nella repressione dal giorno dell'elezione del suo nuovo presidente, Abdelmadjid Tebboune, nel dicembre 2019, ex fedele del presidente Abdelaziz Bouteflika, costretto alle dimissioni nell'aprile 2019. Ecco dunque quale è il reato commesso da Drareni: aver seguito in modo libero e indipendente le manifestazioni dell'Hirak, la rivolta popolare che ha spinto l'ex presidente "fantasma" a cedere il potere e che da più di un anno reclama un "sistema nuovo", un'Algeria "libera e democratica" e uno stato di diritto.
Se la condanna è stata ridotta di un anno in appello, la sentenza dei giudici algerini resta una delle più pesanti mai pronunciate prima contro un giornalista dalla proclamazione di indipendenza del paese, nel 1962. Nel 2004, sotto Bouteflika, il giornalista Mohammed Benchicou era stato per esempio condannato a sua volta a due anni di prigione per trasferimento illecito di valuta. Drareni non è un giornalista qualsiasi. Il suo nome è noto ai media internazionali. È corrispondente da Algeri per la tv internazionale in lingua francese TV5 Monde, lavora per l'ong francese Reporter senza frontiere, che difende la libertà di informazione e di stampa in tutto il mondo, ed è fondatore del sito di informazione online, a accesso gratuito, Casbah Tribune. È un giornalista molto popolare in Algeria, ma anche all'estero.
Chi si interessa all'Algeria lo segue su Twitter, per la sua precisione e professionalità. Proprio questa popolarità, ben oltre i confini dell'algeria, lo rende colpevole agli occhi delle autorità, che lo puniscono con la prigione e che più in generale tentano di imbavagliare ogni voce critica. La condanna di Khaled Drareni, per "istigazione a manifestazione non armata" e "minaccia all'integrità del territorio nazionale", suona dunque oggi come un monito per tutti i giornalisti, che in Algeria lavorano già in condizioni molto difficili: il paese è al 146mo posto su 180 nella classifica per la libertà di stampa nel mondo. Questo è il messaggio delle autorità algerine: o ti metti in riga, al servizio del potere, o finisci in prigione. Il messaggio è rivolto anche a tutti i cittadini algerini, perché il processo a Khaled Drareni non è solo quello della libertà di stampa, è anche quello della libertà di espressione e delle libertà individuali, che vengono violate ogni giorno. "Due anni di prigione per Drareni. Faremo appello in Cassazione", ha fatto sapere all'agenzia France Presse uno degli avvocati del giornalista, a sua volta figura di punta dell'hirak, Mustapha Bouchachi. "Il fatto che sia mantenuto in prigione e condannato è la prova della chiusura del regime in una logica di repressione assurda, ingiusta e violenta", ha osservato a sua volta Christophe Deloire, segretario generale di Reporter senza frontiere. "Colpendo e mettendo a tacere i giornalisti che lavorano sull'hirak, la giustizia algerina, agli ordini del regime, crede di poter rinchiudere la protesta dentro una pentola a pressione. È una strategia inefficace e esplosiva, che mina la legittimità di chi la mette in atto", ha denunciato l'ong francese, che sta conducendo una campagna internazionale per la liberazione immediata di Khaled Drareni.
Il giornalista non era comparso in tribunale da solo. A processo con lui c'erano anche Samir Benlarbi e Slimane Hamitouche, due volti noti dell'hirak. I due uomini, su cui pesavano gli stessi capi di imputazione di Drareni, sono stati condannati a quattro mesi di prigione ciascuno. Avendoli già scontati nell'attesa del processo, sono usciti liberi dal tribunale di Algeri. Arrestato il 7 marzo scorso, durante una manifestazione repressa dalla polizia, per attacco all'unità nazionale, posto in un primo tempo sotto controllo giudiziario, poi in custodia cautelare, Khaled Drareni, che ha festeggiato il suo quarantesimo compleanno dietro le sbarre, è diventato suo malgrado il simbolo di una stampa sempre più oppressa in Algeria. Poco più di un mese fa, lunedì 3 agosto, è apparso tra le mura del carcere di Kolea, emaciato ma con il suo abituale grande sorriso, davanti ai giudici del tribunale Sidi Mohamed di Algeri al momento del processo di primo grado, che si è svolto in videoconferenza a causa della pandemia di Covid-19.
La scorsa settimana, durante l'udienza d'appello, il viso era ancora più magro, ma il sorriso era lo stesso. Davanti ai giudici, Drareni ha ripetuto che non aveva fatto altro che "svolgere il suo lavoro di giornalista indipendente e di esercitare il suo diritto di informare in quanto giornalista e cittadino". Ha precisato di aver lavorato su tutte le proteste, comprese quelle favorevoli al governo. Ha insistito sul suo diritto come cittadino di esprimere il proprio punto di vista, la "cosiddetta libertà di espressione".
La giustizia gli rimprovera in particolare una pubblicazione su Facebook in cui il giornalista ha solo detto la verità, cioè che il sistema politico in Algeria non è cambiato dopo l'elezione del presidente Tebboune. Drareni è accusato di aver criticato "la corruzione e il denaro" del sistema politico e di aver pubblicato il comunicato di una coalizione di partiti favorevoli allo sciopero generale. "Sono un giornalista, non un criminale - ha detto in sua difesa al termine dell'udienza d'appello -. Il tipo di giornalismo che svolgo non minaccia la sicurezza del paese, ma lo protegge".
Come in prima istanza, anche in appello, il pubblico ministero aveva chiesto contro di lui quattro anni di prigione, 100 mila dinari di multa e quattro anni di privazione dei diritti civili. "La prigionia di Khaled Drareni è il risultato dell'accanimento di un solo uomo: il presidente Tebboune - ci ha detto un osservatore di primo piano, che preferisce restare anonimo. Tebboune si sta comportando con Drareni come aveva fatto Gaïd Salah, l'ex capo dell'esercito che aveva preso il posto di Bouteflika al momento della sua destituzione, contro Karim Tabbou, l'oppositore politico, recentemente rilasciato.
Allo stesso modo Tebboune si accanisce contro Drareni che, durante una conferenza stampa, ha trattato da spia, da informatore. È una cosa senza precedenti. I giudici hanno avuto paura. Si sono detti: non si può rilasciare una persona che, stando al primo magistrato del paese, è un informatore". Questa condanna arriva in Algeria anche a due mesi da una riforma costituzionale prevista per il prossimo primo novembre, giorno anniversario dell'inizio della guerra d'indipendenza dell'Algeria (1954-1962), mentre la repressione è sempre più forte nei confronti dei media indipendenti, degli attivisti dell'hirak e degli oppositori politici. Dei giornalisti sono stati accusati dal regime di seminare la "sedizione" nel paese e di essere al soldo di "par ti straniere". Diversi sono in prigione, come Abdelkrim Zeghileche, direttore della radio indipendente online Radio Sarbacane, condannato il 24 agosto a due anni di prigione per un post su Facebook in cui lanciava un appello alla creazione di un nuovo partito politico.
Altri processi sono in corso. "Ormai gli oppositori algerini, appena parlano, vengono accusati di attacco all'unità nazionale", osserva il suo avvocato Djamel Aissiouane. Anche Elwatan, il principale quotidiano in lingua francese in Algeria, che stenta a sopravvivere, ha subito questa ondata di repressione senza precedenti che si è intensificata con la pandemia.
Gli sono state ritirate delle pubblicità pubbliche dopo aver pubblicato a fine agosto un'inchiesta sulle origini opache del patrimonio dei figli del generale Ahmed Gaïd Salah, l'ex uomo forte del paese a capo dell'esercito, che ha gestito la transizione prima di morire improvvisamente nel dicembre 2019.
*Traduzione di Luana De Micco










