di Luigi Manconi
La Repubblica, 13 agosto 2023
La detenzione, nel corso dell’estate, rappresenta una delle condizioni più drammatiche dell’intera vita carceraria. Nelle scorse settimane, nella cittadina di Alghero, la temperatura ha raggiunto di frequente i 38 gradi. Non conosco quanti se ne siano registrati all’interno di una cella del carcere - bianco e imponente, realizzato nel 1864 - che si trova ai margini del centro storico. Ma so che la detenzione, nel corso dell’estate, rappresenta una delle condizioni più drammatiche dell’intera vita carceraria. E infatti, quale è il microclima di quel microcosmo costituito da una cella?
Un termine come sovraffollamento, a ben vedere, non è il più adeguato a descrivere la situazione. Sovraffollata è la spiaggia di Riccione alle 13.00 del 15 agosto, ma gli infelici e i felici che vi si trovano a una certa ora sono in grado di evaderne. Non così da una cella.
Per questo, più che di sovraffollamento, parlerei di densità e di congestione. La cella è quel luogo che contiene, addensato e congestionato, un certo numero di maschi adulti: e la loro promiscuità coatta è la pena più afflittiva e brutale. Sempre e ancor più nei mesi caldi. Tutto si intreccia, si sovrappone, si combina, si mescola: corpi, membra, arti, peli e capelli. E, poi, liquidi, umori, sudori, secrezioni, traspirazioni, effluvi. E ancora: l’intera gamma possibile e immaginabile delle sensazioni che raggiungono l’olfatto.
Questo è il microclima di una cella di un carcere di una città dove, all’ombra, si raggiungono i 38-40 gradi. Mi viene in mente un lontano episodio raccontatomi proprio da un detenuto del carcere di Alghero, che chiamerò Giuseppe. Un giorno d’estate lui e i suoi compagni di cella avevano messo a bollire una dozzina di uova per farle sode. Mangiatene alcune, successivamente si erano messi a dormire. Nel corso della notte, Giuseppe fu svegliato dall’intensissimo odore delle uova che - complice il caldo torrido - diventò ben presto intollerabile. Fu come un delirio: forse un inizio di febbre o un principio di paranoia e Giuseppe non resistette più. Fedele agli insegnamenti familiari (“la roba da mangiare non si butta mai”), una dopo l’altra, con determinazione e una certa dose di aggressività, ingoiò 9 uova sode nel tentativo di cancellarne l’odore. Ma l’odore non si dileguò.










