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di Licia Troisi

La Repubblica, 7 aprile 2026

La scrittrice è stata nella casa di reclusione di Alghero per tre incontri con gli studenti detenuti, nell’ambito di un’iniziativa del Salone del Libro di Torino. “La prossima volta ti mandiamo in carcere”. Era il maggio del 2022, e mi trovavo al Salone del Libro di Torino per l’incontro conclusivo di Adotta uno scrittore. Si tratta di un’iniziativa del Salone in cui viene proposto alle scuole di fare una serie di tre incontri - più appunto quello conclusivo e collettivo durante le date del Salone - con un autore. Io quell’anno avevo fatto una splendida esperienza con un istituto alberghiero di Lecce, ne ero uscita estasiata ed ero pronta a ripetere la cosa.

Fu una delle responsabili del progetto a dirmi quella frase. Pensai subito di volerlo fare. Le ragioni non mi erano completamente chiare, ma di sicuro c’entrava il fatto che il carcere è stato un po’ tangente alla mia vita: parenti che ci lavorano e ci hanno lavorato, la conoscenza con persone che sono state, o sono ancora, detenute, e colleghi astrofisici che erano andati in carcere a fare divulgazione. Soprattutto, ho riflettuto tanto sul carcere, sulla sua utilità, sul suo diritto a esistere, pure; da bambina mi domandavo perché si punisse qualcuno con la privazione della libertà, che per la nostra legge è un reato dappertutto tranne che dentro un carcere.

Sono passati quattro anni, e quell’occasione poi è arrivata. Mi hanno chiesto di andare ad Alghero, nell’istituto alberghiero, che ha una sezione nel carcere della città. Sarei andata nella casa di reclusione assieme agli studenti di fuori per tre incontri. Più di tutto, è stato questo a esaltarmi; mi dava l’idea di un muro che veniva giù, di una mescolanza potente di liberi e detenuti capace di fare scintille, di generare qualcosa di nuovo.

Prima di partire mi ero informata, ovviamente. E, altrettanto ovviamente, avevo un sacco di timori. Soprattutto da liberi, è impossibile entrare in carcere senza portarsi dietro i preconcetti di chi quel posto l’ha vissuto solo per pregiudizi: il carcere è, e per molti deve restare, un luogo chiuso e misterioso, un confine invalicabile tra la parte “sana” della società e quella “malata”, che non vogliamo neppure vedere. E sebbene io abbia sempre pensato che se uscire dal carcere purtroppo è complicato, entrare è invece molto facile, sentivo comunque il peso delle parole con cui mi avevano sempre raccontato quel luogo: non tanto il crimine - per quanto anche quello - ma la violenza sistemica, il sovraffollamento, la sofferenza costante.

La domanda principale era se sarei stata in grado di portare là dentro qualcosa di utile, se sarei stata in grado di sopportare un’esperienza del genere. E poi, a un certo punto, banalmente, entri. Superi il confine fatto di regole che possono sembrare assurde, ma che hanno tutte un loro senso, di metal detector e porte che si aprono solo quando una si chiude, e sei dentro. Sarò per sempre grata ai ragazzi che hanno fatto quest’esperienza con me, perché nei loro occhi ho letto i miei stessi timori, la mia stessa agitazione, e questo mi ha dato coraggio; eravamo insieme, potevamo contare gli uni sugli altri, e questo ha fatto tutta la differenza del mondo.

E quindi entri, e dentro, dovrebbe essere banale dirlo - ma purtroppo non lo è - incontri delle persone esattamente identiche a te. Sei studenti, più grandi degli adolescenti della scuola di fuori, ma con in mano lo stesso libro - il mio, in questo caso - i fogli per gli appunti e un’immensa voglia di stare assieme. La biblioteca in cui abbiamo svolto gli incontri non era granché diversa da quella di una scuola qualsiasi, e l’edificio stesso mi ha ricordato il mio liceo a Roma, che in passato in effetti era una caserma.

Certo all’inizio eravamo nervosi, nelle nostre parole era evidente la sensazione di non sapere bene chi si aveva di fronte; valeva per me, valeva per gli studenti di fuori, e valeva anche per gli studenti detenuti. Chi eravamo? Cosa pensavamo gli uni degli altri? Poi però si inizia a parlare di storie, e nel mio caso anche di stelle. Ho puntato molto sul cielo, lo confesso - di formazione sono un’astrofisica e faccio anche la divulgatrice - perché quello si vede sia da dentro che da fuori il carcere, è un patrimonio collettivo che ha questa straordinaria capacità di sollevarci dalle nostre miserie di ogni giorno, e proiettarci verso una bellezza eterna e per noi immutabile. Ci fa sentire piccoli, ma al tempo stesso benedetti a essere qui e ora, vivi, a guardarlo.

E allora il ghiaccio si è sciolto, e siamo diventati comunità. Per poco, sei ore in tutto, ma siamo stati profondamente assieme. L’ultimo giorno abbiamo fatto un esercizio di scrittura, una cosa che faccio fare ai miei studenti di master e diverte sempre: abbiamo inventato un personaggio. Io ero in piedi, davanti a un foglio bianco appeso precariamente a un televisore, a prendere appunti, e loro mi davano spunti, mi suggerivano l’aspetto fisico, il passato, il carattere del nostro personaggio.

In quei minuti, d’improvviso, non ci sono state più differenze: i detenuti proponevano cose, poi intervenivano gli studenti, anche gli agenti di polizia hanno giocato con noi. Per un attimo ci stavamo solo divertendo tutti assieme. E lì ho capito una cosa, forse anche questa ovvia: che la guarigione dalle ferite, sociali e personali, nasce solo dalla relazione.

È solo dall’incontro con l’altro che può nascere un percorso di recupero, quello scritto chiaramente nella nostra costituzione, eppure disatteso in troppe carceri, ridotte a mero deposito di corpi in attesa di un fine pena sempre troppo lontano. Ho pensato che quelli di fuori dovrebbero entrare più spesso a vedere chi davvero c’è in carcere, cosa significano quei muri e quelle porte, vedere il cielo a scacchi, come si dice, e portare sé stesso a chi non può uscire.

Sono state solo sei ore, ma poche volte mi sono sentita così accolta, dalla comunità di docenti e studenti, sia liberi che ristretti. È stata un’adozione in senso profondo e vero. Nel grande disegno delle cose, non è cambiato niente. Non sono sei ore a fare la differenza nella vita di persone che passano lì dentro anni. Ma in quelle ore siamo stati per un istante liberi, e forse questo vale qualcosa, e rimarrà con noi. Di sicuro, io lo porterò dentro di me per sempre.

L’iniziativa “Adotta uno scrittore”, organizzata dal Salone del libro diretto da Annalena Benini, nella sua edizione 2026 coinvolge 10 scuole elementari, 10 scuole medie, 10 scuole superiori, una scuola superiore in ospedale. Quest’anno sono 8 le classi attive presso case di reclusione e case circondariali e una presso un istituto penale minorile (il Ferrante Aporti di Torino).