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di Elisabetta Camussi

La Repubblica, 26 marzo 2022

La sentenza della Cassazione rimette al centro la volontà del figlio dodicenne, che con la madre voleva rimanere a vivere, non esistendo rischio alcuno, e che non è stato chiamato in audizione, nonostante l’età e le condizioni lo permettessero.

Diceva Donald Winnicott, pediatra e psicoterapeuta inglese scomparso negli anni ‘70, che l’unico tipo di madre che serve ai bambini e alle bambine per crescere bene è una madre “sufficientemente buona”, ossia il contrario di una madre perfetta: una donna con normali risorse e limiti, preoccupazioni e incertezze. Perché, secondo Winnicott, solo una madre con queste caratteristiche sa vedere il proprio figlio o figlia non come mero prolungamento di sé stessa, ma come un individuo reale e separato. E lo può accompagnare nei suoi bisogni e passaggi di crescita senza la necessità di dirsi perfetta, usando le proprie capacità, riconoscendo le fatiche, chiedendo aiuto per quel che serve, sopportando nel quotidiano gli errori e i possibili fallimenti: come fanno la quasi totalità delle madri.

Niente a che vedere dunque con lo stereotipo della madre sacrificale, accudente e accogliente oltre ogni ragionevole limite, la cui esistenza finisce per dipendere dalla relazione di cura, incapace di porsi come soggetto altro. E tantomeno niente a che vedere con l’altro classico stereotipo della madre manipolatrice, che plagia i figli perché dipendano da lei e siano di conseguenza ostili al padre.

Circa un decennio dopo, in ambito di salute mentale, è comparsa la Parental Alienation Syndrome (Pas). Una pseudo teoria mai riconosciuta dall’Oms, ma non per questo meno applicata, che qualifica come patologia conclamata, ma senza riscontri scientifici, la situazione nella quale un genitore manipolerebbe i figli, spingendoli a temere e rifiutare l’altro genitore, per poterne ottenere l’affidamento esclusivo.

Nonostante l’infondatezza scientifica, tale pseudo-teoria viene spesso utilizzata per sottrarre i figli al presunto genitore manipolatore, e affidarli proprio a colui di cui i minori dicono di avere paura. Nel suo nascere come sindrome potenzialmente applicabile a madri e padri, è in realtà divenuta strumento sistematico di discriminazione contro le donne e di violazione dei diritti dei minori. Si verifica in particolare nei casi di separazione dove le donne segnalano maltrattamenti e violenze da parte dei partner/padri, e questi ricorrono alla Pas per ottenere comunque l’affidamento condiviso, quando non esclusivo, dei figli.

Su questo fenomeno esistono dati raccolti a livello internazionale dalla Cedaw (Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination Against Women), dal Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence) e in Italia dalla Commissione parlamentare sul Femminicidio presieduta da Valeria Valente.

In questa lettura distorta della realtà si inserisce la vicenda di Laura Massaro, che ha trovato finalmente corretto compimento il 24 marzo 2022, con una sentenza storica della Corte di Cassazione. La sentenza ha impresso infatti una svolta definitiva, sostenendo l’impossibilità in uno Stato di Diritto dell’esecuzione coattiva di un provvedimento di allontanamento del figlio dodicenne dalla madre, quale conseguenza, sulla base di una inesistente Pas, della sospensione della responsabilità genitoriale. E rimettendo al centro la volontà del dodicenne, che con la madre voleva rimanere a vivere non esistendo rischio alcuno, e che non è stato chiamato in audizione, nonostante l’età e le condizioni lo permettessero.

Al di là dell’importanza della sentenza, che segnala anche la capacità dei giudici di superare visioni stereotipate e infondate, resta da chiedersi come affrontare un rischio nel quale una parte dei professionisti - siano essi psicologi, magistrati, consulenti, avvocati, assistenti sociali ecc. - può incorrere. Perché quando una storia riguarda una donna e un uomo, i figli contesi, le violenze domestiche, la nostra visione del mondo e gli stereotipi con cui siamo cresciuti diventano un fattore di rischio, data la scarsa consapevolezza che abbiamo dell’influenza che esercitano sul nostro giudizio.

A questo si pone rimedio attraverso percorsi formativi di contrasto agli stereotipi rivolti agli adulti, protocolli operativi condivisi, strumenti tecnici scientificamente validati che supportino i professionisti nei loro ruoli e nel lavoro d’equipe.

Perché la Pas, ma anche le altre presunte patologie e disfunzioni che utilizziamo per leggere la realtà dei generi, spesso ci piacciono e ci confortano proprio perché ben si attagliano alla nostra rappresentazione del mondo: al punto che finiamo per forzare la realtà stessa dentro le nostre aspettative, perdendola di vista.