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di Checchino Antonini

Il Manifesto, 25 settembre 2025

Vent’anni fa, all’alba del 25 settembre, Ferrara si accorgeva della “malapolizia”: crimini apparentemente non politici spesso contro persone fragili, pratiche devianti dai principi di legalità, trasparenza, equità e rispetto dei diritti fondamentali. Tutto molto politico. In realtà, la città se ne sarebbe accorta solo tre mesi dopo. Quel giorno se ne resero conto solo Lino Aldrovandi e Patrizia Moretti, i genitori di Federico. Vent’anni dopo non sappiamo perché quattro agenti - Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri - uccisero un diciottenne che tornava a casa dopo un sabato sera con gli amici. Ma dicono tutto le cinquantaquattro lesioni dovute a calci, pugni, le fratture al torace e alla testa, due manganelli riportati rotti in questura, il suo cuore spezzato sotto il peso della violenza su un corpo ammanettato e provato da uno stato di agitazione. E lo ha confermato Anne Marie Tsegue, una donna camerunense col permesso di soggiorno in scadenza, che tuttavia dimostrò più coraggio degli indigeni. Nel 2009 i quattro furono condannati a 3 anni e 6 mesi per “eccesso colposo in omicidio colposo”, pena confermata in tutti i gradi di giudizio.

Sappiamo che Aldro fu scambiato per uno dei ragazzi stranieri ospiti di don Bedin in una vicina comunità di accoglienza. Non era così ma sarebbe stato proprio quel prete di frontiera a intercettare la testimonianza decisiva. Non aveva documenti ma indossava una felpa con il cappuccio. “Come uno dei centri sociali”. Per dargli un nome venne svegliato il capo della digos di Ferrara. L’ispettore Nicola Solito lo riconobbe ma solo perché lo aveva visto crescere. E quando comunicò la notizia ai genitori suggerì anche il nome di un avvocato. Era Fabio Anselmo che da allora non ha smesso di rappresentare i familiari di vittime di malapolizia.

Dietro i cancelli del galoppatoio un cartello avvertiva: “zona del silenzio”. Ora non c’è più. Il silenzio e le menzogne giocheranno un ruolo. Un secondo filone di indagini avrebbe portato alla luce omissioni, insabbiamenti e depistaggi scattati immediatamente dopo l’omicidio. Quella mattina nessun magistrato si recò sul posto - in fin dei conti era solo un drogato morto - e gli agenti suonarono i citofoni delle case vicine per intimidire i possibili testimoni. Così per mesi la stampa locale, in una città intossicata dalle narrative emergenziali, si fece bastare i mattinali della questura.

Poi, alla fine dell’anno, Patrizia Moretti aprì un blog. La sua denuncia varcò le mura estensi, finì sulla newswire di Indymedia, sulle pagine di Liberazione e il manifesto (che inviò Cinzia Gubbini), poi Chi l’ha visto?, Radio Città Fujiko di Bologna, estense.com… In una sera di metà gennaio, nella saletta riservata di un bar del centro, gli amici di Federico e qualche militante del Prc e dell’Arci decisero di formare un comitato “Perché non succeda mai più”.

L’Italia, d’altronde, è il paese dei comitati che si battono per verità e giustizia, ha detto spesso Manlio Milani, marito di una delle vittime della strage di Brescia. Controinformazione e mobilitazione sono stati un pezzo della differenza assieme ai legali (vanno ricordati anche Riccardo Venturi, Alessandro Gamberini, Beniamino Del Mercato), ai genitori, al prete di frontiera, hanno intercettato le energie e i saperi necessari per invertire il corso degli eventi. Le indagini sarebbero ripartite, il Viminale avrebbe tentato un’operazione simpatia inviando un nuovo questore, ci sono stati magistrati con la schiena dritta, a partire dal pm, Nicola Proto, e dal giudice di primo grado, Francesco Maria Caruso.

Il caso Aldrovandi è una storia che ne contiene molte altre. Il successo di Rumore, podcast di Francesca Zanni, 17 anni dopo, dimostra come sia viva quella memoria. Scriverà un ispettore di polizia: “Dietro l’azione violenta c’è spesso un’ideologia, una visione del mondo, una cultura non in sintonia con la Costituzione che determina l’atteggiamento violento, a prescindere, verso il dissidente, il diverso, il pericoloso. È parte di una certa subcultura di polizia” (Alessandro Chiarelli, Il caso Aldrovandi. 2005-2015, Faust Edizioni).

I quattro condannati furono accolti al congresso del Sap del 2014 da alcuni minuti di standing ovation e altri sindacati si schierarono con i condannati fiancheggiati da politici di destra più o meno estrema, da Giovanardi a Salvini. Vent’anni dopo il governo Meloni progetta uno scudo protettivo per gli agenti più coprente delle norme del dl sicurezza, vorrebbe manomettere perfino la blanda legge contro la tortura e la riforma della giustizia - per cui il pm è alle dipendenze della polizia giudiziaria - potrebbe neutralizzare le indagini per malapolizia.

“Le cose stanno peggiorando, ci sono leggi più restrittive, i quattro poliziotti dopo sei mesi hanno ripreso servizio, non vedo nulla che abbia fatto lo Stato perché queste tragedie non si ripetessero. Non vedo nulla che possa prevenire se non l’informazione”, ha detto Patrizia Moretti parlando a una formazione del sindacato dei giornalisti (tra gli altri c’erano il giudice Caruso e il prefetto Savina - il questore spedito da Manganelli a provare la ricucitura con la città). La stampa, ferrarese e no, ha dovuto imparare a “superare alcune commistioni che a volte sono inevitabili soprattutto in una piccola comunità”, ha ammesso Alberto Faustini, direttore de La Nuova Ferrara. Lino, il papà di Federico, guarda lontano, a “un mondo sempre più violento e assurdo, quasi che ci stessimo abituando a ogni tipo di ingiustizia”, dice alla medesima platea riferendosi al “massacro di bambini e innocenti non molto lontano da noi”. Proprio stasera quel parchetto all’ippodromo verrà intitolato a Federico. Alan Fabbri, il sindaco leghista, non ha potuto fare altrimenti. Lo stadio è un prezioso bacino di voti e il bandierone con il viso di Aldro non ha mai smesso di connotare la curva della Spal.

L’uccisione di Ramy Elgaml, 19 anni, a Milano, ha riacceso l’urgenza degli amici di Federico che stanno dando vita a decine di iniziative per costruire alleanze e resistenze: dibattiti, mostre, presentazioni di libri, un convegno di parlamentari il 26 e il tradizionale concerto, il 27 (il programma sui social del comitato). “Non si poteva restare in silenzio - spiega al manifesto Andrea Boldrini (Boldro) che era con Aldro l’ultima sera - con il caso di Rami ho rivissuto le stesse cose, io e Parme (Matteo Parmeggiani, anche lui c’è da sempre) ci siamo guardati e abbiamo deciso di ricominciare”. All’epoca aveva 19 anni, ora è operaio Eni, dirigente Filctem-Cgil, presidente del rinato comitato e padre. Il primo figlio l’ha chiamato Federico, ora ha 16 anni e Boldro ha il terrore che si imbatta nelle volanti. Di quei giorni non può dimenticare nulla, il senso di colpa per non aver accompagnato l’amico fino a casa, gli interrogatori in questura e i titoli dei giornali (“Torchiati gli amici del morto”, “Scaricato da un’auto in corsa”). Sopravvivere è una forma di tortura.

“Senza Federico non ci sarebbe stato un caso Cucchi - ricorda al manifesto Ilaria, senatrice Avs - ora non sembra esserci la percezione della pericolosità della fase e i tentativi di ricucitura di allora (ad esempio la commissione d’inchiesta) oggi sarebbero impraticabili”. “Le stragi mai viste a Gaza e in Ucraina hanno anestetizzato qualsiasi forma di indignazione - le fa eco Fabio Anselmo, oggi leader dell’opposizione di centrosinistra in consiglio comunale - perché i governi fanno leva su presunte situazioni di emergenza e sulla paura si accetta tutto: dai Cpr in Albania ai morti per taser”. Anche a Ferrara il contesto sociale è più chiuso, distratto e ostile. “È una città mafiosa - dice Anselmo citando dati della Dna - i reati spia la collocano ai vertici delle classifiche: 484 imprese a infiltrazione mafiose in una economia povera, fanalino di cosa dell’Emilia ma prima nei reati del ciclo del cemento. Una città anestetizzata dalla paura e dai grandi eventi”.