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di Stefano Bigolaro

Il Dubbio, 23 settembre 2022

C’è una domanda che non ti devi porre: a che cosa servono le mozioni approvate in un Congresso nazionale forense. Già presentarle è un gioco con le sue regole; ma dopo? Andrà fatto, certo, ogni sforzo per valorizzarle. Ma lo so per esperienza, quanto sia improbabile che mozioni splendide, approvate plebiscitariamente, portino a dei risultati concreti e misurabili. Lo so, ma non importa. Ciò che importa è impegnarsi nella ricerca di una giustizia migliore.

Ciascuno nel proprio ambito, ma contribuendo come in un “patchwork” a un lavoro complessivo. È difficile che un avvocato possa oggi avere quell’interesse intersettoriale per il diritto nel suo complesso che era invece frequente nelle generazioni che ci hanno preceduto: la complessità e la specificità delle materie in cui operiamo ci impongono una specializzazione che sta nei fatti ben prima che nelle norme professionali.

Ma il Congresso forense è anche il momento in cui le famiglie degli avvocati, per quanto ormai distanti tra loro, si riuniscono e ritrovano ciò che è loro comune. E anche noi amministrativisti - avvocati di un settore importante, ma un po’ periferico e pure piuttosto in crisi - abbiamo così l’occasione di percepire che dietro al carattere tecnico delle nostre istanze vi sono le ragioni di fondo della funzione che ci è affidata e i valori di una civiltà cui apparteniamo. E dunque, in linea con i tre temi generali del prossimo Congresso nazionale forense (a Lecce, al 6 all’ 8 ottobre), tre idee per il nostro settore meritano di essere tenute a mente. (Che corrispondano alle mozioni presentate dall’Unione degli amministrativisti è un fatto accidentale: come si diceva, non sono le mozioni che contano, ma il tentativo di migliorare il servizio giustizia).

Va bene, per prima cosa, rivendicare all’avvocatura il ruolo di “protagonista” in un nuovo ordinamento per la tutela dei diritti (come da programma congressuale). Ma, nel mondo a parte della giustizia amministrativa, siamo rimasti indietro: è già molto far sì che l’avvocatura non sia un corpo estraneo. Non che siano mancate, negli anni, positive esperienze di collaborazione tra giudici e avvocati nella “governance” della giustizia amministrativa.

Ma l’apporto che l’avvocatura può offrire all’efficienza del sistema deve ancora trovare un inquadramento istituzionale e permanente. Per questo sarebbe una buona cosa prevedere per legge che presso ogni Tar e presso il Consiglio di Stato siano costituiti degli organismi che consentano a giudici e avvocati di cooperare nella programmazione e nella gestione giudiziaria.

Insomma, per dare un nome, e nonostante i problemi del modello (di cui tutto va rivisto): una versione amministrativa dei Consigli giudiziari. Certo, c’è già il Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa; ma è altra cosa. È lontano, nella geografia e nelle funzioni. Non serve a coinvolgere nessuno nella concreta gestione degli uffici giudiziari. E poi al suo interno non è rappresentata l’avvocatura (tantomeno quella specialistica). La sua composizione andrebbe ripensata: i meccanismi attuali portano spesso a farne parte chi non ha una conoscenza tecnica adatta a muoversi in un ambito così specifico. Ma - in attesa di una più ampia riforma - pare giusto garantire almeno che l’avvocatura sia consultata quando il Consiglio di presidenza si esprime su temi strutturali e gestionali della giustizia amministrativa. Non si tratta - sia chiaro - di inserire l’avvocatura nelle decisioni sullo stato giuridico dei magistrati; ma di assicurare forme di cooperazione organizzativa tra chi è corresponsabile di una funzione. Dalla prospettiva della giustizia amministrativa si arriva così a un concetto non limitato ad essa, e che va declinato in ogni settore. Un concetto che ha a che fare con la democraticità dell’ordinamento: è bene che la magistratura si confronti istituzionalmente con l’avvocatura sulle decisioni organizzative.

Anche perché queste devono essere adeguate a un mondo che cambia. Si può pensare, ad esempio, a un efficiente passaggio al processo telematico e all’uso di tecnologie sempre più evolute senza un’intensa collaborazione?

E qui arriviamo al tema dell’intelligenza artificiale. È, non a torto, oggetto del prossimo Congresso forense (che ha cura di abbinarvi il richiamo alla salvaguardia del “giusto processo”). Ed è la direzione verso cui stiamo andando: avvocati e giudici, e in realtà la società intera. Bene esserne consapevoli, nei pro e nei contro. E, se si parla di giustizia amministrativa, bene averne presente le caratteristiche.

Ogni provvedimento che finisce davanti al giudice fa storia a sé: ha un suo mondo di presupposti fattuali e procedurali, e i suoi eventuali difetti vanno individuati confrontandosi con quel mondo, a partire dalla comprensione del processo motivazionale. Dunque, bene essere aiutati, non sostituiti: la quantità delle informazioni disponibili non sostituisce la sensibilità del caso concreto. E poi il diritto amministrativo è fatto di giurisprudenza pretoria. È un sistema che ha più norme delle stelle in cielo, e le sentenze dei giudici sono come la bussola, diventando il primo riferimento. Il rischio da evitare è quindi che la giustizia diventi troppo predittiva: non sarebbe un buon esito bloccare l’evoluzione della giurisprudenza (che, quando si compie, smentisce le predizioni).

Il tema - anche qui - è lo stesso per tutti: il generale rapporto tra informatica e giustizia. Ma va calato nella realtà del settore (incentrato tra l’altro su una attività amministrativa, che - prima di giungere al contenzioso - vive già di procedimenti informatizzati).

E infine: tutto cambia, ma alcune cose rimangono intoccabili. Di solito, le peggiori. Ci libereremo mai di un contributo unificato che nella giustizia amministrativa, e specie per gli appalti, è sproporzionato?

Non so più quante volte abbiamo documentato che è oggettivamente sperequato, sia rispetto a ogni altro ordinamento europeo sia rispetto agli altri settori del nostro ordinamento. Quante volte abbiamo spiegato che ogni ricorso non proposto a causa del contributo unificato è un problema di giustizia sostanziale che riguarda l’intera società. E non so più quante mozioni abbiamo fatto approvare.

Tutto inutile. Ma una cosa sbagliata resta sbagliata. È comprensibile che non si vogliano troppi ricorsi in una materia come gli appalti. Ma porre una barriera economica d’ingresso è come pensare di curare una malattia impedendo di andare dal medico. E dunque, riproviamo.

*Consigliere Unione Nazionale Avvocati Amministrativisti