di Paolo Pagliaro
rivistadissonanze.it, 2 novembre 2026
Siamo immersi in una realtà dove la manipolazione delle informazioni è diventata pervasiva grazie al digitale e all’Intelligenza artificiale. Menzogne, immagini e voci falsificate, bot, selezione dei dati, decontestualizzazione e contenuti emotivi alterano la percezione dei fatti. Le ragioni sono diverse: denaro, potere, appartenenza, gioco o bisogno di confermare le proprie convinzioni. Il rischio maggiore riguarda la democrazia: non solo la diffusione del falso, ma la costruzione di realtà diverse e incompatibili. Quando anche i dati oggettivi vengono percepiti diversamente a seconda dell’appartenenza politica, diventa più difficile condividere una base comune fatta di fatti e non di opinioni fondate su dati alterati.
Dieci anni fa - novembre 2016 - i giurati dell’Oxford Dictionary annunciarono che la parola dell’anno era “post-verità”. Quel verdetto mise a fuoco non un anno, ma una stagione della nostra vita, che continua ancora oggi. Se ci guardiamo intorno, vediamo che buona parte dell’attività digitale è dedicata alla falsificazione o alla manipolazione della realtà. Lo si fa per gioco, per dolo, per fini inconfessabili o addirittura per fare del bene. Lo fanno gli esseri umani o degli algoritmi istruiti a questo scopo. È come se usassimo una tecnologia sempre più potente per regolare i nostri conti con la realtà.
Provo qui a mettere in fila le diverse tecniche di manipolazione, e ne è risultato un elenco molto lungo, ma è proprio la mole di questi comportamenti a svelare quanto il fenomeno sia radicato e pervasivo. C’è la menzogna pura e semplice che è la forma più antica. Si inventa un fatto che non è accaduto, si attribuisce a qualcuno una frase che non ha mai pronunciato; si modifica una data, una cifra, un luogo; si inventano testimonianze o esperienze personali; si creano false “fonti” che confermino la propria versione. Internet rende questa pratica enormemente più potente perché una menzogna può raggiungere milioni di persone prima che qualcuno abbia il tempo di verificarla.
C’è la falsificazione documentale, particolarmente insidiosa perché normalmente crediamo ai documenti proprio perché li consideriamo tracce della realtà. Il digitale permette invece di fabbricare la traccia della realtà senza che la realtà sia mai esistita. C’è il fotomontaggio e la manipolazione delle immagini. Si può eliminare una persona da una fotografia o da un video; aggiungerne una; modificare il volto; modificare il corpo; cambiare lo sfondo; alterare luci e colori; spostare oggetti; cambiare l’espressione di una persona; combinare fotografie scattate in momenti diversi. Grazie all’AI generativa creare immagini fotorealistiche di eventi mai accaduti.
C’è la falsificazione della voce, che permette di costruire telefonate mai avvenute; dichiarazioni mai pronunciate; messaggi falsi; confessioni; testimonianze. Con l’effetto paradossale che quanto più diventa facile falsificare una voce, tanto più diventa facile anche negare una voce autentica. “Non ero io, era un deepfake”. La tecnologia non produce soltanto falsi: produce anche la possibilità di mettere in dubbio il vero.
C’è la falsificazione dell’identità. Online posso fingere di essere ciò che in realtà non sono. È una falsificazione che dilaga nei social e che talvolta ha conseguenze drammatiche, soprattutto tra gli adolescenti. È l’eredità di quella second life basata su identità posticce che negli anni ci è stata periodicamente riproposta come soluzione dei nostri problemi sociali o esistenziali. L’ultima versione si chiamava Metaverso, un ambiente in cui saremmo stati accolti, rigenerati e sostituiti da cloni.
Ci sono i falsi consensi. Una delle manipolazioni più importanti riguarda la percezione di ciò che “pensano tutti”. Si possono creare migliaia di account; moltiplicare artificialmente i commenti; comprare follower, come fanno regolarmente anche molti vip e molti politici; comprare visualizzazioni; generare recensioni; automatizzare like; costruire discussioni artificiali; far sembrare virale un contenuto; far sembrare minoritaria un’opinione maggioritaria.
Ci sono, come detto, le recensioni false. È una forma quotidiana e apparentemente innocua, ma molto significativa. Il digitale trasforma la reputazione in un oggetto manipolabile. C’è il falso consenso sociale prodotto dagli algoritmi, che possono decidere che alcuni commenti vengano mostrati molto più di altri. C’è la manipolazione attraverso la selezione. Non occorre dire il falso. Basta mostrare soltanto una parte del vero. Per esempio: mostrare solo alcune statistiche; selezionare determinate fotografie; citare soltanto alcune testimonianze; ignorare deliberatamente dati contrari; estrarre una frase dal suo contesto; scegliere un particolare momento di un video; raccontare un evento da una sola prospettiva. È una delle forme più potenti di manipolazione perché ogni singolo elemento può essere autentico.
C’è la manipolazione del contesto. Una fotografia vera può diventare falsa se associata alla didascalia sbagliata. Un video autentico può diventare disinformazione se attribuito a un altro evento. Una statistica corretta può diventare ingannevole se confrontata con il dato sbagliato. Una frase vera può diventare falsa nel significato se privata del contesto.
C’è la falsificazione temporale. Un contenuto autentico può essere fatto apparire contemporaneo quando è vecchio. C’è il falso attraverso l’automazione. Un essere umano può scrivere cento messaggi. Un sistema automatizzato può scriverne milioni. I bot - cioè i programmi automatizzati - possono: pubblicare; rispondere; mettere “mi piace”; seguire account; creare discussioni; diffondere link; generare recensioni; impersonare utenti; rilanciare automaticamente solo determinati contenuti.
C’è la personalizzazione della realtà, resa possibile dall’intelligenza artificiale. Questa è forse una delle questioni cruciali. Due persone possono fare una ricerca con le stesse domande sullo stesso argomento e ricevere risultati differenti. Non significa necessariamente che qualcuno stia mentendo. Significa che la realtà viene filtrata e adattata individualmente. Ma se ciascuno vive dentro una selezione diversa del mondo, sarà difficile avere una realtà pubblica condivisa.
C’è la manipolazione attraverso il ranking. Un contenuto può essere vero e tuttavia essere praticamente invisibile. Un altro può essere mediocre o falso e diventare dominante. Perché? Perché un algoritmo stabilisce: questo prima, questo dopo, questo mai. È una forma di falsificazione per omissione e gerarchizzazione.
C’è la manipolazione emotiva. Si possono progettare contenuti affinché producano: paura; indignazione; rabbia; disgusto; entusiasmo; desiderio; nostalgia; senso di appartenenza. Una realtà raccontata per provocare paura è diversa dalla stessa realtà raccontata per suscitare curiosità. Si pubblica qualcosa di assurdo; offensivo; scandaloso; provocatorio; non perché lo si creda, ma perché si sa che farà reagire le persone. La reazione diventa il prodotto. La falsità, in certi casi, non è nemmeno il fine: è il combustibile dell’attenzione.
Ci sono il titolo ingannevole e il sensazionalismo. Si insegnano nelle scuole di giornalismo on line per catturare l’attenzione e i click: una deformazione della realtà che, moltiplicata miliardi di volte, diventa una caratteristica strutturale dell’ambiente informativo.
Mi fermo qui e provo a proporre alcune ipotesi sulle ragioni di questa fuga dalla realtà. La prima ipotesi è che lo facciamo per denaro. Una falsità che genera clic può produrre denaro. Una recensione falsa può far vendere. Un’immagine manipolata può attirare pubblico. Internet, come sappiamo, ha trasformato l’attenzione in una risorsa economica. Lo facciamo per questioni di potere. La falsificazione può servire a conquistare consenso; delegittimare un avversario; alterare un’elezione; costruire un nemico; manipolare un movimento sociale; influenzare l’opinione pubblica; creare consenso attorno a un leader. La propaganda esisteva molto prima di Internet e molto prima di Trump. Internet le ha dato una combinazione potentissima: velocità + scala + personalizzazione + anonimato + automazione.
Lo facciamo per gioco: con meme; parodie; account fittizi; mondi immaginari; immagini assurde; video falsi. L’essere umano ha sempre giocato con la realtà. La differenza è che adesso il gioco può essere indistinguibile dalla comunicazione seria.
Lo facciamo per appartenenza. Una persona può condividere qualcosa di falso non perché sia convinta che sia vero, ma perché vuole appartenere al gruppo che lo considera vero. Questo è uno dei fenomeni più importanti. La domanda non è più: “È vero?”. Ma: “Da che parte stanno quelli che lo dicono?”. A quel punto la verità può diventare secondaria rispetto all’identità.
Lo facciamo per poter continuare a credere a noi stessi. Costruiamo una versione dei fatti che ci consenta di essere: innocenti, coerenti; vittime, coraggiosi, intelligenti, moralmente superiori. Questa forma di falsificazione è antichissima. Internet semplicemente ci offre strumenti straordinari per costruirla e condividerla.
Lo facciamo perché la realtà è frustrante. La realtà può essere ambigua, contraddittoria, lenta, casuale, difficile da comprendere; spesso ingiusta. La rappresentazione digitale può invece essere semplice, ordinata, immediata, moralmente chiara, personalizzata, rassicurante.
Lo facciamo perché l’attenzione umana non è neutrale. Siamo attratti da ciò che sorprende. Ciò che sorprende viene ricordato. Ciò che viene ricordato viene condiviso. Ciò che viene condiviso viene ulteriormente mostrato. Si crea così una specie di selezione naturale dei contenuti. E i contenuti più adatti a sopravvivere nell’ambiente digitale non sono necessariamente quelli più veri. Sono quelli più coinvolgenti.
Una società democratica non vive soltanto della capacità di distinguere il vero dal falso. Vive della possibilità di condividere una base minima di realtà sulla quale discutere. Se quella base si dissolve, non abbiamo semplicemente più menzogne. Abbiamo realtà private, personalizzate e reciprocamente incompatibili. E ciascuno di noi vive in pace con le proprie convinzioni e i propri pregiudizi.
Un recente sondaggio Swg svelava un dato sconcertante: nella percezione dell’inflazione nell’ultimo anno trenta punti percentuali separano gli elettori di Fratelli d’Italia da quelli del Movimento 5 Stelle. Tra chi vota il partito di Giorgia Meloni solo il 39% indica in “molto” o “tantissimo” l’aumento percepito dei prezzi. Nel Pd la quota sale al 60%, mentre tra gli elettori del Movimento 5 Stelle oltre il 70% percepisce un’impennata dei prezzi. Non parliamo di opinioni su una legge o su un programma politico: parliamo di quanto costano il pane, il gas, la benzina. Eppure anche lì, davanti allo stesso scontrino, l’appartenenza politica riesce a produrre due realtà diverse.
Non è una novità, si chiama ragionamento motivato ed è documentato da decenni di ricerche. Chi sostiene un governo tende a minimizzare le cattive notizie che lo riguardano, chi lo osteggia tende ad amplificarle. Ma la portata di questo divario - trenta punti su un dato oggettivo, verificabile, pubblicato ogni mese dall’Istat - ci dice qualcosa di più e cioè che il confine tra opinione e fatti si sta assottigliando fino quasi a scomparire. L’inflazione è solo un caso tra tanti. Lo stesso schema si ripete quando si chiede agli italiani se la criminalità è aumentata, se l’immigrazione è un problema crescente, se l’economia va bene o male, se il proprio lavoro è sicuro, se la scuola funziona. Cambiano i temi, ma la percezione dipende dalle idee più che dalle statistiche.
Per gran parte del Novecento i numeri ufficiali - l’inflazione calcolata dall’Istat, la disoccupazione, i tassi di criminalità - godevano di un’autorità che sembrava sottratta al dibattito politico: erano il terreno neutro su cui ci si scontrava. Oggi quel terreno si è ristretto fin quasi a scomparire. Il dibattito pubblico smette di essere un confronto tra soluzioni diverse a problemi riconosciuti in comune, e diventa un confronto tra realtà alternative, ciascuna autosufficiente, ciascuna impermeabile alle prove dell’altra. Ciò che resta dei fatti sta diventando sempre più irrilevante. Comunque dice l’Istat che dal 2022 a oggi i prezzi sono aumentati del 20%. E questo sarebbe un fatto.









