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di Andrea Colamedici e Maura Gancitano

Vanity Fair, 1 aprile 2026

Ogni volta che un adolescente fa qualcosa di violento, la reazione dell’opinione pubblica è quella di chiedere pene severe e metal detector nelle scuole, perché una volta i giovani ubbidivano, mentre adesso non sono in grado di stare al mondo. Il tredicenne di Trescore Balneario che ha accoltellato la sua professoressa filmandosi con il telefono al collo ha prodotto in poche ore l’intero copione, generando indignazione, la richiesta di punizioni esemplari e la promessa di tolleranza zero da parte dello Stato. Eppure, la repressione e il controllo non rappresentano affatto una via efficace per comprendere le ragioni di questa violenza, né per evitare che accada di nuovo. Negli ultimi tre anni, dal decreto Caivano, i minori detenuti negli istituti penali sono aumentati di oltre il 50 per cento e per la prima volta nella storia italiana gli Istituti Penali per i Minorenni sono sovraffollati, ma la violenza non è calata.

Il problema è che stiamo cercando di risolvere un fenomeno che non ci siamo presi la briga di capire, perché la severità in fondo richiede meno fatica della comprensione. Sembra sufficiente trasformare dei ragazzini in dei mostri colpevoli e spaventare gli altri minacciando punizioni durissime per chiudere il discorso. Al contrario, questa risposta non funziona, e la questione è enorme. Per capire sarebbe necessario ascoltare quello che raccontano gli operatori sociali che lavorano ogni giorno con i ragazzi fermati con un coltello in tasca, e che dicono - da Napoli a Milano - che per molti di loro l’incontro con l’operatore è il primo della loro vita in cui un adulto si siede e li ascolta. Lo documenta il rapporto (Dis)armati di Save the Children, che sostiene che tanti giovani che commettono violenza non hanno le parole per dire cosa sentono, e che sotto la rabbia che provano esiste un territorio di vergogna, solitudine, paura di non contare niente, uno stato d’animo a cui non riescono a dare un nome perché mai nessuno li ha aiutati a trovarlo. Per capire sarebbe importante anche ammettere che ci sono tante cose dei giovani che non ci prendiamo il tempo di scoprire. Per esempio dove si informano, a quali idee e contenuti ed estetiche sono esposti, come stanno cercando di riempire il vuoto di senso che hanno intorno. Non lo sappiamo perché non glielo chiediamo, se non per rimproverarli.

Parliamo di loro continuamente, ma quasi mai con loro, e intanto il mondo in cui vivono, fatto di piattaforme che noi frequentiamo appena e di codici che non riconosciamo, ci resta estraneo. La violenza che ci sconvolge è anche il prodotto di questa estraneità e delle scelte di chi ha ridotto anno dopo anno i fondi per i servizi sociali territoriali e i centri di aggregazione.

Chi lavora nelle scuole e nelle comunità sa che l’unica cosa che funziona in questi casi è un adulto che resta. Finché la risposta a un quindicenne con un coltello sarà una cella anziché una persona (con buona pace del principio costituzionale per cui la giustizia deve tendere alla rieducazione), continueremo a stupirci ogni volta come se fosse la prima.