di Alessandro Diddi*
Il Sole 24 Ore, 3 gennaio 2026
In questi giorni di inizio anno, risuonano ancora con forza le parole con cui il Presidente Sergio Mattarella ha più volte denunciato le criticità del sistema carcerario italiano. Anche nei suoi discorsi alla nazione, il Capo dello Stato ha acceso i riflettori sul sovraffollamento cronico e sulle condizioni strutturali ormai inadeguate. È d’altronde memoria viva la storica condanna inflitta all’Italia nel 2013 dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: con la sentenza Torreggiani, Strasburgo sanzionò la violazione dell’art. 3 della CEDU, accertando che i ricorrenti erano stati ristretti in celle triple con meno di quattro metri quadrati a testa. I dati attuali delineano un quadro allarmante.
Al 30 novembre 2025, le persone detenute nei 190 istituti penitenziari italiani erano 63.868, a fronte di una capienza regolamentare di 51.275 posti. Il confronto con il passato è impietoso: al 31 dicembre 2012, alla vigilia della sentenza Torreggiani, i detenuti erano 65.701 per 47.599 posti disponibili. La preoccupazione maggiore risiede nel trend: esauriti nel 2015 gli effetti delle “misure tampone” introdotte per attuare il dictum europeo, la popolazione carceraria ha ripreso a crescere al ritmo di oltre 1.000 unità l’anno. Di questo passo, il superamento della soglia critica che portò alla condanna del 2013 appare imminente.
Di fronte a questa emergenza, il Governo Meloni, escludendo provvedimenti di clemenza, ha puntato sull’edilizia penitenziaria come soluzione cardine. Segnale tangibile di questa linea è la nomina di un Commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria, dotato di poteri speciali per realizzare oltre 4.600 nuovi posti detentivi nel triennio 2025-2027, con un investimento di circa 300 milioni di euro. Tuttavia, il programma dettagliato degli interventi approvato il 9 luglio 2024 restituisce l’immagine di un sistema agonizzante che difficilmente potrà essere risanato dalle misure previste.
Con un tasso di affollamento medio che sfiora il 120%, il documento del Commissario ammette una carenza complessiva di circa 10.500 posti (dato riferito al 31 dicembre 2024). È l’analisi tecnica a rivelare, però, un paradosso ancora più profondo: i calcoli governativi poggiano sulla “capienza regolamentare teorica” (i circa 51.300 posti che appaiono nelle statistiche ministeriali), ma la stessa relazione commissariale riconosce che la capacità realmente disponibile è inferiore, attestandosi a 46.826 unità.
In altri termini, l’esubero effettivo è di ben 15.035 unità, un numero che i 4.600 posti promessi non riusciranno a scalfire in modo significativo. Questi dati sono sufficienti a far risuonare un campanello d’allarme: nonostante le promesse, il rischio concreto è che l’Italia sia nuovamente esposta al severo e inesorabile giudizio delle corti sovranazionali.
Ancora una volta, sembra essersi persa l’opportunità di affrontare radicalmente un problema atavico, preferendo curare il sintomo anziché la malattia. Lo studio dei dati pubblicati sul sito del Ministero della Giustizia offre infatti spunti cruciali per comprendere le cause del fenomeno che, però, non sembrano essere adeguatamente considerati. A comporre la popolazione carceraria concorrono oltre 20.000 stranieri (di cui due terzi in espiazione pena), 15.000 persone con dipendenze da sostanze stupefacenti e oltre 15.000 imputati in attesa di giudizio.
In questi tre fattori, che riflettono tutte le contraddizioni delle politiche degli ultimi anni - dalla gestione dell’immigrazione alla prevenzione delle dipendenze, fino all’eccessivo ricorso alla leva processuale come strumento securitario - si concentrano gli elementi fondamentali del problema. Senza un intervento su di essi, l’edilizia resterà una fragile diga destinata a essere travolta.
*Professore associato di diritto processuale penale all’Università della Calabria, Promotore di giustizia dello Stato Città










