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di Laura Pasotti

 

Redattore Sociale, 24 marzo 2015

 

Lettera aperta della redazione del carcere di Padova, dopo la chiusura di "Sosta Forzata", realizzato per 11 anni alle Novate di Piacenza e sospeso dalla direzione del carcere qualche settimana fa. "Ci dicano se vogliono che esistiamo oppure no".

"La redazione di un giornale non è un'attività ricreativa per detenuti autorizzata sotto stretto controllo, l'informazione dal carcere è un bene comune, una risorsa di civiltà utile soprattutto al territorio, che può così conoscere meglio qualcosa che gli appartiene. Un carcere dove volontari e detenuti fanno informazione ha molte probabilità di diventare un carcere trasparente".

Dopo che la direzione del carcere Le Novate di Piacenza ha deciso di sospendere "Sosta Forzata", il giornale realizzato al suo interno da 11 anni e in cui scrivevano in media 20 detenuti all'anno, Ristretti Orizzonti ha deciso di scrivere una lettera aperta ai giornali e alle realtà dell'informazione del carcere per chiedere che queste realtà, "così fragili, ma così importanti" siano tutelate. "Fare informazione in carcere è un'attività complessa, sapere che la direzione di un carcere può decidere di sospendere una redazione in qualsiasi momento rende tale attività estremamente precaria - scrive Ristretti Orizzonti. E dato che la redazione di un giornale in carcere è importante e preziosa quanto qualsiasi altro giornale del territorio, questa precarietà non dovrebbe esistere". Ecco perché invita a "farsi sentire di più" gli Ordini dei giornalisti del territorio.

"Non è accettabile che, nonostante il volontariato e la società civile abbiano dato in questi anni un contributo enorme per rendere le carceri meno disumane, nel momento in cui subentrano 'motivi di sicurezzà, spesso invocati in modo generico, qualsiasi attività possa essere spazzata via con un 'ordine di serviziò di poche righe - scrivono ancora: che per gli operatori dell'informazione che lavorano nelle redazioni in carcere significa vedere cancellare anni di faticose conquiste". Da qui la richiesta ai rappresentanti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di sedersi intorno a un tavolo con le redazioni, "per dirci se vogliono che esistiamo oppure no. E se hanno l'onesta di riconoscere l'importanza della nostra presenza nelle carceri, ci devono offrire garanzie chiare, permetterci di lavorare con la serietà che ha caratterizzato in questi anni l'attività di tanti giornali nati in carcere". E poi la proposta di un incontro per elaborare un documento collettivo da inviare al Dap e all'Ordine dei giornalisti: "La sospensione di Sosta Forzata ci deve far riflettere e invece che indebolirci deve darci nuova forza e idee per rendere il nostro lavoro più libero e meno precario".

"Quello di Ristretti Orizzonti è un appello molto equilibrato, che sposta la questione là dove doveva essere posta fin dall'inizio". È il commento di Carla Chiappini, giornalista e direttore responsabile di Sosta Forzata fino alla sospensione decisa dalla direzione del carcere qualche settimana fa. "I giornalisti in carcere sono meno tutelati di altri, se non altro per la mancanza di contratti, sono più scoperti e hanno grandi responsabilità - dice Chiappini. Fare un giornale in carcere è una frontiera, impegnativa e appassionante e per chi è curioso dell'umanità un'occasione di apprendimento, ed è una frontiera necessaria, non solo per dare una giusta informazione sul carcere ma anche per un aspetto di narrazione sociale: le storie dal carcere ci raccontano pezzi di società che altrimenti avrebbero una visibilità limitata".

"Sosta Forzata" usciva 3 o 4 volte l'anno. L'ultimo numero è quello dello scorso dicembre. Nato come allegato del giornale diocesano "Il nuovo giornale", aveva una tiratura di 4.500 copie e coinvolgeva persone di culture diverse con un grandissimo turnover. L'obiettivo? Come ha raccontato la stessa Chiappini a febbraio, annunciandone "con grande rammarico" la chiusura: "Il dialogo tra cittadini reclusi e cittadini liberi. Un dialogo che nascesse dall'idea di confronto, che ponesse occhi e orecchie delle persone libere di fronte ad altre storie". Ora la speranza è che quel dialogo non si interrompa e "che si possa trovare un modo per riaprire questo lavoro, che a Piacenza aveva generato tanti frutti". A distanza di qualche settimana dall'annuncio della sospensione della pubblicazione, però, ancora non si è mosso nulla.