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di Giulio Sensi

Corriere della Sera, 2 febbraio 2026

Entro giugno vanno usati i fondi del Pnrr. In 660 strutture attivo almeno un servizio, ma l’obiettivo del piano è ancora lontano. C’è scarsa attenzione ai bisogni sociali. E il Terzo settore troppo poco coinvolto. Gli ingredienti per una rivoluzione silenziosa della sanità italiana sono stati messi sul piatto da diversi anni, prima da un decreto-legge del 2020 poi dal Pnrr che ha reso disponibili due miliardi di euro per realizzare buona parte delle 1.723 nuove strutture chiamate Case della Comunità e programmate dalle Regioni. Sono spazi dove chi ha bisogni assistenziali può andare e trovare una soluzione ai suoi problemi. I due miliardi devono servire a sistemare e adeguare le strutture pubbliche, ma le cucine dove queste ricette possono essere preparate funzionano lentamente: a giugno 2026 scadono i termini per utilizzare i fondi del Pnrr e gli ultimi dati di settembre scorso di Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, parlano di solo 660 strutture dove è possibile trovare almeno un servizio attivo, 172 Case della Comunità con tutti i servizi obbligatori attivi e 46 dove sono presenti anche medici e infermieri. Salvo poche eccezioni quello delle Case della Comunità rimane ancora un bel libro dei sogni. 

Maurizio Bonati è stato fino a poco tempo fa direttore del Dipartimento di Salute Pubblica dell’Istituto Mario Negri, e responsabile del Laboratorio per la salute materno-infantile ed ha partecipato a questo processo riformatore. “Il comma 4 della legge del 2020 - spiega Bonati - è stato molto importante non solo perché definiva e rimandava al concetto della comunità, ma prevedeva la creazione delle strutture di prossimità per le persone con fragilità e per chi non ha accesso alle cure. Si tratta non solo di intervenire in modo sanitario, ma di lavorare sulla prevenzione. Un grande salto di qualità con l’idea di facilitare strutture che siano centri di verifica rispetto proprio alla prevenzione. Ma siamo in ritardo”. “I ritardi - spiega ancora Bonati - sono dovuti a percorsi normativi e alla politica, il Pnrr ha offerto delle risorse, ma solo per sistemare gli edifici e fornire le strumentazioni. Questo può essere positivo sulla parte sanitaria, meno su quella sociale. Poi devono essere utilizzati perché a breve scadranno”. Gli esperti e la società civile, riuniti nell’Alleanza per le Case della Comunità, lamentano che l’attenzione è data solo alle questioni sanitarie ed è scarsa quella alle problematiche sociali, diverse da territorio a territorio che incidono in maniera negativa sul benessere delle persone. 

“Si guarda solo alla creazione di poliambulatori, peraltro già esistenti - aggiunge Bonati -, che possono essere ottimizzati in temini di funzionalità, ma senza individuare i veri problemi della comunità. Manca poi ancora il personale dedicato: medici, anche quelli di famiglia, e infermieri “di comunità” che dovrebbero garantire servizi domiciliari per i più fragili, controlli dopo le dimissioni, gestione e distribuzione dei farmaci per le continuità terapeutiche, interventi preventivi di accompagnamento, per esempio, durante la gravidanza. Se il sistema fosse efficiente diminuirebbero anche gli accessi ai Pronto soccorso”. Un’opportunità per sanare le grandi diseguaglianze nell’accesso alle cure fra nord e sud del Paese. Disuguaglianze che possono ulteriormente accentuarsi con l’ingresso del settore privato anche nelle Case della Comunità. Gli enti del Terzo settore e del volontariato, che vorrebbero essere più coinvolti nelle come previsto anche dalla normativa, esprimono il timore che vengano messi nuovi cartelli agli ambulatori senza di fatto cambiare nulla se non l’aspetto dei locali. 

Forze in campo - Il tema dello scarso coinvolgimento del Terzo settore è stato espresso in un evento pubblico anche dal giudice della Corte Costituzionale Luca Antonini che ha sottolineato come “ci sia stato un investimento di diversi miliardi di euro da parte del Pnrr eppure il Terzo settore non è stato coinvolto e dal punto di vista dell’assistenza territoriale è fondamentale”. “Dobbiamo capire se stiano nascendo come strumento non solo di fornitura di prestazioni sanitarie - sostiene Franco Riboldi, coordinatore dell’Alleanza della società civile -, ma come infrastrutture sociali. Che, partendo dal tema della salute di quelle comunità coinvolgono tutte le risorse presenti sul territorio, del Terzo settore, del volontariato e delle reti formali e informali che dovrebbero costituire questo cambio di visione. Se alle parole non seguono fatti che dimostrano, allora vale la pena chiamarli poliambulatori o case della salute. Non Case della Comunità”. “Ma non disperiamo - aggiunge. Ci sono, sparsi per l’Italia, dei tentativi di andare verso questa visione”. Dove anche il volontariato è fondamentale. “Ma - afferma Arnaldo Conforti, direttore del Centro di servizi per il volontariato Emilia che partecipa all’Alleanza - deve essere convinto e consapevole affinché gli altri soggetti riconoscano le sue abilità e il fatto che sia un motore di produzione della salute”.