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di Giuseppe Picciano

lospecialegiornale.it, 3 gennaio 2023

La condizione dei detenuti nelle carceri italiane sarà una delle questioni che, presto o tardi, il governo Meloni dovrà necessariamente affrontare, se non altro per l’entità del fenomeno e degli effetti collaterali. Come il sovraffollamento in alcuni penitenziari e i suicidi, per esempio.

Negli ultimi dieci anni si sono tolti la vita 583 detenuti, 79 solo negli ultimi 11 mesi: il numero più alto in questo lasso di tempo e un dato ancora più allarmante se si considera che ora i detenuti sono molti meno che dieci anni fa. Vi sono dei dati ricorrenti e, secondo un’indagine del Garante nazionale, se si considera che un suicidio su cinque si verifica nei primi dieci giorni dall’ingresso nel carcere, più che le condizioni di vita in cella o la durata della pena da scontare, sembrano pesare “lo stigma” e anche la “paura dell’esterno”.

Da qui la necessità di attenzione sulle condizioni di accertata fragilità, degli 84 suicidi, infatti, 33 erano senza fissa dimora o persone con disagio psichico. C’è “grande dolore” per la sequenza di suicidi, ha detto il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che ha delineato in linea di massima quella che potrebbe essere una rivoluzione per il sistema carcerario.

Tra i primi a togliersi la vita quest’anno, un 25enne di origine marocchina: era entrato alle 21 ed è morto alle 5 del mattino seguente, non c’è stato il tempo di immatricolarlo. Il più anziano aveva 83 anni, con un fine pena al 2030, e un reato che viene definito dall’Amministrazione penitenziaria di “riprovazione sociale”, quando si è tolto la vita era in isolamento dovuto al Covid. Da inizio anni 194 persone sono morte in carcere, 82 per cause naturali, 79 per suicidio, 30 per cause da accertare e 3 per cause accidentali.

Tra i suicidi, 74 uomini e 5 donne, 46 italiani e 33 stranieri. Per la prima volta il Garante ha indagato sul fenomeno dei suicidi in carcere, andando oltre la conta. Sono stati incrociati gli elementi ricorrenti, l’età, condizioni le fragilità personali o sociali di partenza, e poi la posizione giuridica dei suicidi. Ne viene fuori, sottolinea l’organismo presieduto da Mauro Palma, che “a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare, le condizioni della vita detentiva o la durata della pena ancora da scontare o della carcerazione preventiva spesso non sembrano risultare determinanti nella scelta di una persona detenuta di togliersi la vita”.

Quarantanove persone si sono suicidate nei primi sei mesi di detenzione; di queste, 21 nei primi tre mesi dall’ingresso in istituto e 15 entro i primi 10 giorni, 9 delle quali addirittura entro le prime 24. La metà erano in attesa di una sentenza definitiva: 31 persone perché in attesa di primo giudizio, 7 attendevano l’appello. Il ministro Nordio ha assicurato “tutele per i fragili”, in coordinamento con le autorità sanitarie, gli enti locali e le comunità terapeutiche: “L’obiettivo è individuare fin dall’inizio le persone con problematiche da dipendenza o con patologie psichiatriche o rischio di autolesionismo”.

Guardando più in là, Nordio intende ripensare all’intera architettura carceraria, grazie all’ingresso di un commissario straordinario. “Per i detenuti meno pericolosi, o comunque per quelli in custodia cautelare, si può pensare all’uso delle numerosissime caserme dismesse, e le carceri in appetibili centri città potrebbero essere vendute per costruirne altre più grandi, moderne e funzionali”.

Su tali problemi ritorna periodicamente Antigone, l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale. Una delle risposte più efficaci, osserva il presidente Patrizio Gonella, è il regime di semilibertà. “Circa 700 persone recluse hanno beneficiato dei provvedimenti varati dal governo per contrastare il diffondersi del Covid-19 all’interno del carcere. Nel loro caso, questi provvedimenti consistevano nel non rientrare in carcere la notte, dopo aver passato la giornata fuori, in libertà, per attività di lavoro o altre attività autorizzate.

Dal 31 dicembre, senza un’ulteriore proroga, questi detenuti dovranno tornare in carcere la notte nonostante in questi due anni abbiano dato grande prova di affidabilità, ripagando ampiamente la fiducia che le istituzioni avevano riposto in loro. Proprio questo rapporto di fiducia creatosi, dovrebbe portare il Governo a decidere per la proroga, ricordando che compito della pena è quello di costruire percorsi di risocializzazione, cosa che per queste persone sta avvenendo.

Non ha senso interrompere questi percorsi, anche se solo parzialmente. Inoltre, in un momento in cui il sovraffollamento sta tornando a livelli preoccupanti (sono oltre 56.000 le persone detenute per circa 47.000 posti effettivi, con una crescita di 1.500 unità negli ultimi quattro mesi) - conclude Gonnella - trovare nuovamente posto a queste 700 persone è un aggravio in più per tutto il sistema penitenziario e per gli operatori. Auspichiamo perciò un intervento deciso del ministro della Giustizia Nordio”.