di Gustavo Bialetti
La Verità, 30 novembre 2025
Una volta, almeno, giudici e pm andavano spesso in carcere per fare gli interrogatori. Anche per alleviare costi e rischi delle cosiddette traduzioni. Ma spesso il carcere è in periferia e a molte toghe non va di perdere tempo. È un peccato, perché alzare il sedere dalla sedia e vedere come si vive dietro alle sbarre è educativo per tutti, specialmente per chi detiene il potere di mandarci la gente. Così, ieri, un membro laico del Csm, Claudia Eccher, di professione avvocato, ha rilanciato la proposta di fa passare due settimane in carcere a tutti i futuri magistrati. A un convegno su “Libertà e giustizia penale” in Lunigiana, Eccher ha affermato: “Troppo spesso, la formazione del magistrato si concentra quasi esclusivamente sull’aspetto tecnico-giuridico. Il tirocinio di 15 giorni in carcere, a contatto con i detenuti, presente nella proposta di legge Sciascia-Tortora, non è una punizione o un’esperienza esotica.
È, al contrario, un’immersione nella realtà più cruda del sistema giudiziario”. Parole sacrosante, perché lo stesso consigliere di Palazzo dei Marescialli ha aggiunto che “un futuro giudice che abbia provato anche solo per pochi giorni la claustrofobia di un ambiente detentivo, che abbia ascoltato le paure e le speranze di chi è recluso, sarà un giudice più consapevole del peso di una condanna, più attento alle garanzie, più incline a riflettere prima di limitare la libertà altrui”.
Sono tesi ben note a chi, da sempre, difende le garanzie dei cittadini, in un Paese come l’Italia che ormai da molti decenni non è più la culla del diritto. Chi ha studiato legge sa che il cosiddetto garantismo non è un’opzione politica, ma di semplice cultura. Adesso questi temi vanno di moda perché c’è il referendum sulla giustizia, ma la vera sfida è ricordarsi del carcere anche dopo. Sia per i colletti bianchi che per i poveracci.










