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di Cristiana Mangani


Il Messaggero, 26 luglio 2019

 

Ogni naufragio in mare è un colpo al cuore alla politica migratoria italiana, perché la bomba libica è lì, pronta a esplodere. Il caos generato dal conflitto iniziato il 4 aprile scorso, rende la situazione sempre più complicata e mette sul tavolo le rivendicazioni che ognuna delle parti in causa mostra verso l'Europa.

Sono mesi che il presidente riconosciuto dall'Onu, Fayez al Serraj, lascia intendere che potrebbe aprire i centri di detenzione gestiti da Tripoli e lasciare liberi i migranti di affidare le proprie vite agli scafisti. Lo ha fatto l'ultima volta dopo il bombardamento del centro per migranti di Tajoura, dove hanno perso la vita in 44 e sono rimasti feriti in 130.

E la situazione incandescente che si vive nel Paese è una continua minaccia per le nostre regioni costiere. Perché il rischio paventato dall'intelligence è che i flussi cambino pelle e, ai migranti in arrivo da altre parti del mondo, si aggiungano gli stessi libici, in cerca di salvezza da una situazione sempre più drammatica. Non è un caso, infatti, che negli ultimi arrivi su 70 persone, una ventina proveniva proprio dalla Libia. Un dato che non veniva registrato da tempo.

E ognuno di loro potrebbe chiedere lo status di rifugiato, visto che il Paese è in piena guerra. Secondo gli ultimi dati diffusi dall'Organizzazione internazionale per le migrazioni sono almeno 641.398 migranti attualmente presenti sul territorio. Di questi solo cinquemila sono nei centri di detenzione gestiti dal governo di Serraj. E quindi se anche decidesse di liberarli tutti, la situazione non cambierebbe molto. È la grande massa che vive di espedienti, di qualche lavoro qua e là, che rappresenta la vera preoccupazione, anche se in base alle ultime stime sono circa 200 mila quelli che aspirano ad andare in Europa.

Il conflitto in corso nella zona a sud di Tripoli ha innescato un movimento verso le aree vicine della Libia occidentale e ha anche portato a una riduzione delle opportunità di lavoro. La gestione dei centri di detenzione ufficiali ha un costo che trova sostegno soprattutto nei soldi che Unione europea e Italia hanno trasferito al governo Serraj.

I finanziamenti arrivati a Tripoli da Bruxelles ammonterebbero a 266 milioni di euro che farebbero parte del Trust fund europeo per l'Africa che ha un budget finale previsto che supera i 4 miliardi di euro per tutto il continente. A questo esborso, per il quale l'Italia è uno dei maggiori contribuenti seconda solo alla Germania, va aggiunto il supporto fornito direttamente da Roma dopo la stipula del memorandum Italia-Libia del 2 febbraio 2017. Tutto denaro che nel caos del conflitto non si sa bene nelle mani di chi finisca.