di Sofia Ciuffoletti
Il Manifesto, 26 agosto 2026
Dario Melossi, “Stato, controllo sociale, devianza. Una ricostruzione tra Europa e Usa” per il Mulino. Nell’ormai lontano 2002 (anno della prima edizione di questo testo, uscito al tempo per i tipi di Mondadori), lo spazio politico internazionale era attraversato dalla netta consapevolezza del “ritorno della storia”, all’alba degli attentati dell’11 settembre 2001 e la profezia di una pacificazione globale sotto l’egida della provvidenziale vittoria della democrazia veniva definitivamente spazzata via dal ritorno di una “sorta di incubo ottocentesco, dominato da fanatismi religiosi, nazionalismi e politiche di potenza della peggior specie”.
Gli sviluppi che seguirono il brusco risveglio alla fine del secolo breve, in termini di riflessione interdisciplinare e di analisi della “questione criminale”, rendono la nuova edizione del testo di Dario Melossi, Stato, controllo sociale, devianza. Una ricostruzione tra Europa e Stati Uniti (Il Mulino, pp. 344, euro 32) un rinnovato (e necessario) pungolo per il dibattito e l’analisi criminologica e sociologica sulla triade concettuale espressa nel titolo.
Un pungolo tanto più denso di prospettive in quanto l’autore non presenta le teorie criminologiche come isole di pensiero, ma tratteggia lo sviluppo storico del pensiero criminologico e della sociologia della devianza, collocandolo all’interno dell’evoluzione dello Stato moderno, della teoria politica e dei meccanismi del controllo sociale. Come nella prima edizione, questo percorso si svolge nella lettura comparata tra Europa e Stati Uniti (i luoghi esperienziali di vita, ricerca e insegnamento dell’autore), nella dialettica tra questi due contesti, nelle distinte ma connesse traiettorie teoriche e pratiche prodotte dalla moltitudine (infederata o infederabile…) europea e dalla fucina federale statunitense. Questo metodo di analisi comparata è capace di restituire le differenze e le reciproche contaminazioni dei formanti sociali, giuridici e politici di Europa e Stati Uniti d’America.
E così di decodificarli, come quando Melossi ci ricorda che l’aquis del post-modernismo europeo, del disincanto verso la politica come grande narrativa (e grande semplificazione) del reale, non si discosta di molto dal punto di partenza del pragmatismo americano di inizio del secolo scorso (come dice Rorty: “James e Dewey aspettano alla fine della strada che Foucault e Deleuze stanno attualmente percorrendo”). Insomma, camminare sul crinale della comparazione ci permette di leggere la versione europea dei concetti di Stato, controllo sociale e devianza alla luce e nel dialogo con le teorie criminologiche e sociologiche statunitensi e con la parallela evoluzione degli stessi concetti sull’altra sponda dell’Atlantico (e viceversa). E questo, infine, ci costringe a de-sacralizzare le esperienze, la storia e la retorica dell’eccezionalismo (statunitense o europeo che si voglia).
Nel nuovo (dis)ordine mondiale, Melossi affronta, nell’ultima sezione del testo, i temi della migrazione, della razzializzazione, della criminalizzazione e del populismo penale (sostenendo che questi fenomeni siano profondamente interconnessi con crisi più ampie che affliggono le democrazie liberali). Su questo versante, sarà particolarmente rilevante riflettere su un ambito di minorità che si pone al crocevia di populismo, diritto penale del nemico, mass media e controllo sociale, il tutto nella prospettiva dell’irriducibilità patriarcale. La questione criminale oggi deve includere anche (necessariamente) il dibattito sulla devianza minorile e la costruzione mass-mediatica dell’etichetta delle baby-gang in correlazione con l’analisi del fenomeno del trattamento giuridico, e specialmente penale, delle persone minori con background migrante e dei minori stranieri separati o non accompagnati.
Infine, una delle più significative prese di consapevolezza della nuova edizione consiste nella correzione dell’ignoranza della prospettiva di genere, tradizionalmente presente (e criticata) anche nella teoria revisionista della pena (da Foucault, allo stesso Melossi con Pavarini, a Garland). Lo sforzo di disvelare il sistema della dominazione patriarcale, sia come “occultamento delle forme di comportamento criminale che hanno come vittime le donne, sia nell’intento di perpetuare un sistema di controllo sociale e quindi di devianza in gran parte relegato all’ambito domestico o comunque pre-penale” merita senz’altro un plauso.
D’altra parte, l’ingresso di tale prospettiva ci costringe a riconoscere (o comunque a mettere sul tavolo della discussione) il fatto che non esiste un ragionare sociologico e criminologico che non sia anche un ragionare femminile (e femminista), così come la questione criminale è necessariamente una questione femminile (e femminista).









