di Ilaria Beretta
Avvenire, 17 agosto 2025
Le associazioni Antigone, Defence for Children e Libera raccolgono i dati sul sovraffollamento e li consegnano al Comitato sui diritti dell’infanzia. Caldo, sovraffollamento, sporcizia, pochi o inesistenti servizi educativi: la fotografia degli Istituti penitenziari minorili italiani (Ipm), un tempo invidiati al nostro Paese a livello mondiale e ora in inesorabile crisi, è uscita dai confini nostrani ed è stata inviata al Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in vista dell’esame periodico che l’organismo ha in agenda per l’Italia.
A scattarla ci ha pensato una lista di associazioni di settore, tra cui Antigone, Defence for Children International e Libera che ha messo insieme un dettagliato rapporto con una situazione chiara agli addetti ai lavori e che pure stenta a risolversi. Si parte dai numeri. Secondo gli ultimi dati forniti dal ministero della Giustizia a giugno, dentro ai penitenziari minorili vivono 586 ragazzi: le presenze sono cresciute del 54% in due anni; nel 2022 infatti i minorenni e giovani adulti ristretti erano 392, un numero che rappresentava meno del 3% del totale dei giovani affidati al sistema di giustizia minorile.
Su 17 Ipm nove sono oltre la capienza massima: il caso peggiore è Treviso dove i ragazzi sono il doppio del previsto ma la situazione è appena poco migliore a Milano e Cagliari dove il tasso di sovraffollamento tocca quota 150% e a Firenze dove si ferma invece al 147%. Le condizioni critiche del sovraffollamento, cui si risponde con brandine di fortuna e materassi a terra, - riporta ancora il documento inviato all’Onu - è inasprito dal fatto che il tempo trascorso in cella dai ragazzi spesso è superiore alle venti ore giornaliere perché nei penitenziari mancano attività scolastiche, formative e ricreative.
Il rapporto sottolinea che il dramma riguarda soprattutto i minori stranieri non accompagnati che oggi rappresentano la metà della popolazione giovanile detenuta, molti dei quali hanno vissuto esperienze traumatiche che si traducono in difficoltà comportamentali, qui risolte esclusivamente con l’uso eccessivo di psicofarmaci. Il rapporto accende nuovamente i riflettori anche sul caso dell’anno per quanto riguarda gli Ipm: il trasferimento di una cinquantina di giovani adulti (i ragazzi tra i 18 e i 25 anni che hanno commesso il reato da minorenni e che secondo la legge dovrebbero scontare la pena in Ipm fino al compimento dei 26 anni) da vari Ipm italiani al carcere per adulti della Dozza di Bologna dove è stata predisposta un’apposita sezione minorile.
Una violazione, secondo le associazioni, dei principi internazionali che impongono una netta separazione tra giustizia minorile e ordinaria e che “dimostra un totale disprezzo per il percorso riabilitativo del giovane”. Si registra infine nel testo un aumento delle proteste negli Ipm, dopo l’introduzione del reato di rivolta carceraria previsto dal recente decreto sicurezza e che prevede otto anni di pena anche per chi oppone resistenza passiva nei penitenziari minorili con il rischio - scrivono gli autori del report - “di seppellire i giovani detenuti sotto cumuli di anni di carcere aggiuntivi”.
Le oltre cento organizzazioni e personalità che sostengono il documento chiedono dunque l’abolizione del Decreto Caivano, che nel 2023 ha inasprito le pene per la criminalità minorile e che è considerato da molti la causa del fallimento dei percorsi di giustizia under 25, la chiusura della sezione minorile della Dozza e un ritorno a un sistema educativo con la possibilità per i minori detenuti di frequentare scuole esterne, percorsi individualizzati e l’assunzione di mediatori culturali, educatori e assistenti sociali adeguatamente formati sulle specifiche vulnerabilità degli adolescenti.











