di Umberto Monti*
Il Fatto Quotidiano, 31 dicembre 2022
La riforma Cartabia è una pessima riforma: non abbrevia i tempi processuali, ma li prolunga, moltiplica le possibilità di “distruzione” dei processi prima di una sentenza che accerti il fatto, limita la tutela dei diritti, aumenta i profili di incertezza della pena, marginalizza le vittime dei reati. Non occorreva solo una proroga dell’entrata in vigore.
La riforma comporta un incredibile arretramento nella tutela della incolumità e libertà personali e del patrimonio: sequestro di persona, violenza privata, lesioni personali fino a 40 giorni, furti aggravati. Tutto diventa procedibile a querela con importanti conseguenze sul piano delle misure cautelari e dell’arresto in flagranza; ma può seriamente uno Stato dirsi “indifferente” a questi reati e lasciare alla parte offesa la decisione se sporgere o meno querela? È lo Stato che arretra e sta a guardare!
La riforma comporta anche una maggiore incertezza della pena, in un labirinto di meccanismi premiali volti a ridurre o a far del tutto evaporare la pena, continuando nella direzione del “codice discount” del “commetti tre, paghi due, forse”. Gravi delitti come la falsa testimonianza, la calunnia, il sequestro di persona anche aggravato, la tentata rapina, i furti aggravati, lo sfruttamento del lavoro, potranno essere ritenuti “di particolare tenuità” e non puniti.
C’è poi la possibilità di sospensione del procedimento con messa alla prova ed estinzione del reato estesa a gravi reati come la falsa testimonianza, l’istigazione a delinquere, la truffa aggravata, la violazione di domicilio aggravata; per il giudizio abbreviato un ulteriore sconto di 1/6 della pena se l’imputato condannato e che aveva già usufruito dello sconto di 1/3 non propone appello; per il “patteggiamento” viene resa del tutto inefficace la sentenza, nei giudizi civili, amministrativi, tributari; la vittima del reato dovrà ricominciare da zero il giudizio per il risarcimento del danno senza che quella sentenza possa avere anche soltanto il minimo valore. Infine si prevedono complicazioni sul piano processuale, con moltiplicazione delle caselle del “gioco dell’oca” che comportano il tornare indietro e ricominciare da capo.
E la disciplina già in vigore della improcedibilità in Appello o in Cassazione? La “distruzione” dei processi e delle aspettative di giustizia sottese presentata come “riduzione” della loro durata?
Di fronte agli effetti corrosivi che la riforma avrà sul sistema penale e sulla sua credibilità, chiedere e ottenere soltanto una disciplina transitoria più chiara sui procedimenti in corso, o lamentare carenze di organico e risorse che rendono impossibile il suo funzionamento è davvero poca cosa.
Servirebbe almeno puntare a modificarne alcune parti, ad esempio ripristinare la perseguibilità d’ufficio per i sequestri di persona, le lesioni superiori ai 40 giorni e per gli altri gravi reati. Invece si va oltre, e il ministro della Giustizia indica le sue linee: limitare le intercettazioni e la capacità di penetrazione delle indagini, separare le carriere tra Pm e giudici, introdurre la discrezionalità azione penale, e cambiare la Costituzione per fare tutto questo!
Una inversione logica paradossale: siccome lo “strumento” volto a tutelare i diritti non funziona ed è lento, non si semplifica lo strumento, ma si riducono i diritti da tutelare! Non si interviene snellendo il processo, ma si “privatizza” la tutela dei diritti e si limitano le aree di tutela penale. E se le riforme lungo questa linea sono incompatibili con la Costituzione, bè si cambia la Costituzione. E poco conta se i principi costituzionali di obbligatorietà della azione penale e di indipendenza del pm si intrecciano inesorabilmente con il basilare principio di uguaglianza di ciascuno di fronte alla legge… si cambierà anche quello?
*Procuratore della Repubblica di Ascoli Piceno










