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di Irene Famà

La Stampa, 24 settembre 2025

Il relatore: via libera a procedere contro i vertici dell’esecutivo. Niente immunità per il caso Almasri. Il Guardasigilli Carlo Nordio, il titolare del Viminale Matteo Piantedosi e il sottosegretario di Palazzo Chigi con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano devono andare a processo. Lo ha detto, al termine del suo intervento, il relatore della Giunta per le autorizzazioni a procedere Federico Gianassi (Pd). “Alla luce di quanto emerso, bisogna affermare che i tre esponenti dell’esecutivo non hanno perseguito né un interesse costituzionalmente rilevante né un preminente interesse pubblico, ma hanno compiuto una scelta di mero opportunismo politico, fondata su timori generici e non suffragati da evidenze concrete, che mostrano la debolezza del governo italiano davanti a bande armate che operano all’estero e che violano i diritti umani commettendo crimini internazionali”.

Secondo il relatore, che nelle scorse riunioni della Giunta ha ripercorso le tappe della faccenda del generale libico, arrestato in Italia su mandato di cattura internazionale e poi liberato e rimpatriato in fretta e furia, “la debolezza del Governo rispetto a potenziali ricatti di milizie armate e a ritorsioni generiche non sono sufficienti per consentire alla Giunta di concedere ai ministri accusati di avere violato la legge l’immunità dal processo penale”.

Nella memoria difensiva, i ministri e il sottosegretario hanno spiegato di aver agito per “tutelare gli interessi nazionali”. Il generale Almasri è volto noto della Rada Force, una delle milizie più potenti in Tripolitania che “opera in quartieri nevralgici della capitale libica, compreso quello dove erano dislocate l’ambasciata italiana”. E, durante alcune riunioni riservatissime in quei giorni concitati, l’intelligence aveva ipotizzato il pericolo di rappresaglie nei confronti dei circa cinquecento italiani a Tripoli o nei confronti degli interessi italiani, “in particolare dello stabilimento gestito in comproprietà da Eni e dalla National Oil libica sito a Mellitah, vicino al confine con la Tunisia”. Valutazione, secondo i giudici del tribunale dei ministri, che non ha trovato riscontro nei fatti.

E così, continua il deputato Federico Gianassi, la condotta dei ministri Nordio e Piantedosi e del sottosegretario Mantovano, “ha determinato una grave violazione degli obblighi internazionali dell’Italia e ha compromesso l’interesse superiore della comunità internazionale a vedere perseguiti i responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità”.

Un accenno anche alla “responsabilità politica di avere nascosto la natura reale delle decisioni assunte, presentandole al Parlamento come inevitabili conseguenze giuridiche, quando in realtà sono state il frutto di un calcolo politico censurabile e di un cedimento a pressioni esterne. Una condotta che ha minato la credibilità internazionale dell’Italia e la trasparenza interna del rapporto fiduciario tra Governo e Parlamento”.

In un primo momento, dopo il rimpatrio del generale, accompagnato in Libia su un volo di Stato e accolto in patria come un eroe, il governo, aspramente criticato dalle opposizioni, aveva puntato il dito contro i magistrati della Corte d’appello di Roma, competenti sulle questioni di questo tipo. E proprio la premier Giorgia Meloni aveva dichiarato: “L’espulsione di Almasri è avvenuta per ragioni di sicurezza nazionale”, dopo che la magistratura ne ha disposto la scarcerazione.

Il ministro della Giustizia è accusato di omissione d’atti d’ufficio e favoreggiamento, mentre il ministro dell’Interno e il sottosegretario Mantovano di peculato e favoreggiamento. Secondo i giudici del Tribunale dei ministri, il Guardasigilli è rimasto “inerte”.

Pur avendo “ricevuto le richieste di cooperazione giudiziaria della Corte penale internazionale, pur sapendo che il ricercato era stato arrestato” per crimini di guerra e contro l’umanità e che le comunicazioni diplomatiche avevano seguito il giusto corso, “pur supportato dagli uffici tecnici che avevano tempestivamente predisposto una bozza di provvedimento per tenere in carcere il generale”, non “ha fatto alcunché”. Al centro delle accuse mosse al ministro Piantedosi e al sottosegretario Mantovano, invece, c’è la scelta di rimpatriare il generale e utilizzare un aereo di Stato. Secondo i giudici “è verosimile” che la decisione fosse dovuta alle “preoccupazioni” palesate dal direttore dei servizi segreti esterni Giovanni Caravelli su “possibili ritorsioni per i cittadini e gli interessi italiani in Libia”. Preoccupazioni che, si legge negli atti, non seguivano “minacce” concrete. E il risultato è stato “paradossale”, quello di aiutarlo nella fuga. Il voto della Giunta per le autorizzazioni è previsto il 30 settembre.