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di Irene Famà e Francesco Malfetano

La Stampa, 12 settembre 2025

L’obiettivo è estendere l’immunità alla capo di gabinetto di Nordio. Un anno fa Meloni voleva sostituire il ministro con Chiara Colosimo. I rapporti con le milizie libiche, il governo che temporeggia sino a far scadere i termini e a lasciare libero il generale accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, le contraddizioni, i dietrofronti. La giunta per le autorizzazioni a procedere affronta l’affaire Almasri, ma a tenere banco è la questione Giusi Bartolozzi. La capo di gabinetto del ministero della Giustizia è indagata dalla procura di Roma per aver mentito ai giudici quando è stata sentita come testimone sul caso. E la maggioranza tenta di temporeggiare, nella speranza di salvarla, pensando a un possibile ricorso alla Consulta.

La giunta è chiamata a decidere se far scattare o meno l’immunità per il Guardasigilli Carlo Nordio, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario di Palazzo Chigi Alfredo Mantovano responsabili, secondo il tribunale dei ministri, di omissioni e garbugli che hanno portato alla liberazione del generale, arrestato su mandato internazionale, e al suo rimpatrio con un volo di Stato. Bartolozzi, potente collaboratrice di via Arenula, è però una figura “laica” e Fratelli d’Italia, in accordo con tutta la maggioranza, ha sollecitato gli uffici per capire se è possibile sollevare davanti alla Corte Costituzionale un conflitto di attribuzione da parte della Camera nei confronti dell’autorità giudiziaria. Una strada, insomma, per ampliare l’ombrello dell’immunità anche a lei. Riccardo Magi di +Europa li definisce degli “azzeccagarbugli”, mentre dal Movimento 5 Stelle attaccano: “La loro logica è nota da decenni: scappare dalla giustizia, sfruttando le posizioni di potere”.

Questione complessa quella del caso Almasri. Durante la riunione della Giunta per le autorizzazioni, il relatore Federico Gianassi (Pd) ripercorre la vicenda e le accuse mosse ai vertici dell’esecutivo. Non solo. Nelle trentasei pagine di relazione ricorda i rapporti tra l’Italia e le milizie libiche sulla questione immigrazione e ricostruisce quei giorni concitati di metà gennaio in cui il ministro della Giustizia “omette di intervenire” e la premier Giorgia Meloni, “nel difendere la scelta del governo”, punta il dito contro le toghe: “L’espulsione di Almasri è avvenuta per ragioni di sicurezza nazionale, dopo che la magistratura ne ha disposto la scarcerazione”. Ma sarebbe bastato un intervento del Guardasigilli per cambiare il finale di questa storia. La ricostruzione di Gianassi è precisa, scrupolosa. Legge tutte le trentasei pagine, non tralascia nulla, e raccontano che sia tra l’opposizione sia tra i compagni di partito c’è stato chi ha mostrato qualche segno di insofferenza. Nessuno, però, ha espresso perplessità sulla relazione, la preoccupazione maggiore pare sia stata la questione Bartolozzi.

A Palazzo Chigi non lo dicono apertamente, ma l’amarezza è palpabile. La nuova esplosione del caso Bartolozzi ha scavato un fossato di silenzio tra i vertici di Fratelli d’Italia e la capo di gabinetto del Guardasigilli. Ed è proprio questo silenzio, raccontano alcuni parlamentari di lungo corso, a rievocare un episodio che nei palazzi romani non si è mai davvero dissolto. Fine luglio 2024, Transatlantico di Montecitorio. Le Europee sono appena passate, sui giornali stanno per rimbalzare i sospetti di un complotto giudiziario contro Arianna Meloni, il caso dossieraggi denunciato da Guido Crosetto e, soprattutto, l’affaire Sangiuliano-Boccia.

In quel clima e dopo mesi di tensione con Palazzo Chigi, un cambio in corsa al ministero della Giustizia appare più che probabile un po’a tutti. Altro che difficoltà a trovare un successore - come si scrisse allora. In realtà Giorgia Meloni aveva già scelto il nome: Chiara Colosimo. Tanto che nei corridoi di Montecitorio la presidente dell’Antimafia veniva salutata da alcuni autorevoli esponenti della maggioranza come “la nuova ministra”.

Poi, la frenata. Fu la stessa premier a congelare il piano, convinta dai suoi fedelissimi che un altro terremoto avrebbe minato l’immagine del governo. Meglio, dissero, imbrigliare Nordio stringendo un patto con chi ne controllava umori e mosse: Giusi Bartolozzi, da pochi mesi promossa da vicecapo a capo di gabinetto. Un compromesso che allora sembrò la soluzione, ma che oggi - confidano attorno alla premier - appare come un errore di cui Meloni si sarebbe amaramente pentita.