lettera aperta di Ristretti Orizzonti e Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova
Ristretti Orizzonti, 15 aprile 2026
A
Carlo Nordio, Ministro della Giustizia
Stefano Carmine De Michele, Capo del DAP
Ernesto Napolillo, Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento
L’importanza delle declassificazioni
“C’è una scelta tra far del carcere la sede di un servizio e farne invece la sede di una severità simbolica, che si impone a chi è dentro le mura.” Sono parole di Alessandro Margara, magistrato di sorveglianza e, per un breve periodo, straordinario capo del DAP: persona nobile e profonda, particolarmente per chi, come noi, si occupa di carcere da decenni trovandosi ora, in tutta evidenza, controcorrente. Lo citano due garanti delle persone private della libertà, Paolo Allemano di Saluzzo e Domenico Massano di Asti in una lettera al dottor Napolillo, direttore Generale dell’Ufficio Detenuti e Trattamento del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, relativa alla mancata autorizzazione di iniziative e progetti teatrali e culturali realizzati nelle sezioni di Alta Sicurezza con il coinvolgimento della comunità esterna, in particolare scuole, “con significativi riscontri positivi e senza problemi di sicurezza negli anni precedenti”. La lettera dice: “Tali iniziative, non solo contribuiscono concretamente alla realizzazione di quella tensione rieducativa della pena costituzionalmente prevista, ma sono occasioni per parlare di giustizia e legalità ed hanno una preziosa funzione preventiva ed educativa, soprattutto per i giovani, oltreché culturale per la comunità tutta.”
Proprio contro questa funzione educativa si muove in questi mesi il piano del DAP in fase di realizzazione di concentramento dei detenuti AS, che “si inserisce in un articolato percorso programmatorio di medio-lungo periodo, volto a razionalizzare l’assetto del sistema penitenziario dedicato alla gestione dei detenuti sottoposti al regime speciale e ai circuiti di alta sicurezza”. Così Nordio nella risposta scritta all’interrogazione della deputata Rachele Scarpa sui trasferimenti in atto relativi all’Alta Sicurezza. Nella stessa risposta il ministro fa riferimento a Pietro Marinaro, persona detenuta che si è tolta la vita per disperazione a Padova a causa dell’improvviso trasferimento dopo 19 anni, e al suo “gesto anticonservativo” (!!!) e afferma rispetto ai trasferimenti che “è stato assicurato il principio della continuità dell’osservazione scientifica della personalità e del trattamento, espressamente sancito dall’art. 27 del d.P.R. n. 230 del 2000…destinato a operare senza soluzione di continuità anche in caso di trasferimento. I percorsi individualizzati, le attività lavorative, formative, culturali e religiose, così come gli strumenti di mantenimento dei legami affettivi e sociali, sono stati preservati…evitando che le scelte organizzative incidessero negativamente sulla funzione rieducativa della pena sancita dall’articolo 27, comma terzo della Costituzione.”
Ne è davvero sicuro, gentile ministro, circa gli AS 1 repentinamente trasferiti da Padova alla fine di gennaio?
Siamo in contatto con loro via posta e attraverso mogli, compagne, figli etc.: il quadro che ne esce è al contempo di grande dignità nell’affrontare la nuova realtà e di grande disagio e difficoltà, desolazione e rimpianto per gli anni di Padova e per i percorsi spezzati, i rapporti umani interrotti.
Alcune frasi possono sintetizzare lo stato d’animo prevalente: “qui è come essere in un binario morto”, “mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”, “sono molto dimagrito e triste”, “adesso sono molto più lontano e difficilmente raggiungibile dalla mia famiglia”, “qui non posso più dipingere”, “questo trasferimento mi ha distrutto, non faccio niente dalla mattina alla sera, qua ti finisce la voglia di continuare a vivere”, “ho chiesto di essere trasferito, qui è un deserto”, “ho dovuto rinunciare alla stanza singola, ed è un trauma dopo tanti anni”, “qui ci sono regole rigide, turni per la doccia perché l’acqua manca”, “qui non ci sono attività”, “frequento tutto quello che c’è, ma è poco o niente rispetto a quello che facevo a Padova”, “mi manca la consuetudine di un rapporto con voi volontari e operatori, la sensazione di essere ascoltato”, “cari volontari , non potete immaginare quanto mi mancate, ….siete stati in questi anni ancora di salvezza…”, “come si spiegano tante incoerenze (dell’istituzione) come questi trasferimenti improvvisi di noi che avevamo lì a Padova un percorso positivo?”….
Il Garante delle persone private della libertà di Padova ha attivato i garanti delle città dove sono stati trasferiti, e in molti casi le notizie sono di malessere dal punto di vista della salute e di sofferenza psicologica, anche spesso per le condizioni degli istituti. In taluni casi le possibilità di contatti telefonici con i familiari sono ridotte rispetto a Padova.
“Se lo Stato calpesta anche le proprie vittorie”
È la domanda che si fa Sergio D’Elia a proposito dell’AS Filippo Rigamo, senza speranza di benefici dopo 33 anni di percorso eccellente. Ed è la domanda che si fanno non solo il Terzo Settore, ma anche molti operatori degli Istituti di Padova e non solo, educatori e personale della Polizia Penitenziaria. È un lavoro corale di vera condivisione che è stato di colpo spezzato, in nome di un piano di riorganizzazione che, ad esempio a Padova, rispondeva solo alla necessità di liberare spazio per far fronte al crescente sovraffollamento.
Ma che significato ha ‘mettere insieme ‘ tutti gli AS in istituti solo a loro dedicati?
A noi, sulla base di decenni di progetti e di risultati questa scelta pare priva di logica: i veri cambiamenti in queste persone li abbiamo visti a Padova come a Voghera, a Saluzzo, a Asti, a Parma…solo quando ci sono stati un confronto e un incontro con il mondo reale, con il mondo della scuola, del teatro…Stare tra di loro e partecipare ad attività (quando ci sono) solo a loro dedicate, a queste persone non è utile come invece lo è parlare di legalità con il mondo esterno o semplicemente rispondere alle domande nette limpide e crude degli studenti, come avviene a Padova nel progetto Carcere/Scuole di Ristretti Orizzonti. Questa scelta di separazione rompe e annulla uno strumento di prevenzione formidabile che la sperimentazione di Padova e tutte le altre esperienze in Italia di incontro con il mondo esterno hanno prodotto.
Insomma, gli AS restano i ‘cattivi per sempre’, a cui le speranze vengono negate e che senza esitazione possono essere sradicati dopo anni/decenni da carceri in cui stavano ricostruendo sé stessi attraverso una profonda riflessione sul loro vissuto precedente. Il suicidio di Pietro Marinaro come risposta all’improvviso trasferimento resta la sintesi più disperata e drammatica del loro stato d’animo di fronte a Istituzioni che ignorano la loro umanità.
E che ne è del diritto alla progressione trattamentale?
Noi pensiamo che questi trasferimenti (Padova, Parma…) legati solo a necessità tecniche di ricollocazione della popolazione penitenziaria e a piani di creazione di ‘isole’ di ‘cattivi per sempre’ violino sia l’art. 42 O.P. e l’art. 27 della Costituzione che le Regole Penitenziarie Europee (regola 17, Assegnazione e sistemazione “…le decisioni di assegnazione dovrebbero generalmente essere prese in modo da non creare inutili difficoltà ai detenuti o alle loro famiglie….Il trattamento dei detenuti può esser compromesso dal loro trasferimento….I vantaggi e gli svantaggi di un trasferimento dovrebbero essere valutati attentamente prima di effettuarlo”.)
I trasferimenti, così improvvisi e così motivati, violano il diritto alla progressione trattamentale, tale principio costituzionale si fonda sulla necessità di garantire un percorso graduale e personalizzato di reinserimento del detenuto nella società in modo che la pena non sia meramente repressiva ma realizzi la finalità rieducativa sancita dall’art. 27. Era quanto da decenni avveniva a Padova in modo eccellente.
Adesso lavoriamo per la declassificazione
Prima di disporre il trasferimento sarebbe stato opportuno verificare la possibilità di declassificazione dei detenuti valutando il loro percorso rieducativo e richiedendo un parere del GOT (Gruppo Osservazione e Trattamento).
Questo non è stato fatto, ma uno spiraglio in questo senso si è aperto durante l’incontro a Roma del Coordinamento Carcere Due Palazzi di Padova il 18 febbraio con Stefano Carmine De Michele, Capo del DAP, ed Ernesto Napolillo, Direttore della Direzione Generale Detenuti e Trattamento.
È infatti emersa l’importante ipotesi di attivare un tavolo di lavoro congiunto sul tema delle declassificazioni tra DAP e Terzo settore, con il coinvolgimento della Direzione Distrettuale Antimafia.
Stiamo lavorando tenacemente per questa ipotesi, perché non siano buttati al vento i percorsi compiuti in lunghi e fervidi anni a Padova e in tutta Italia dalle persone detenute di Alta Sicurezza.
Speriamo che il Capo del DAP, con il Direttore Generale Detenuti e Trattamento, dia la spinta necessaria a questa ipotesi per la quale ci stiamo alacremente impegnando.
La leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza l’avevamo sbriciolata noi, di Tommaso Romeo, Ristretti Orizzonti
I detenuti dell’Alta Sicurezza sono molte migliaia, quasi tutti sono di origini meridionali e tutti con storie simili. La maggior parte della loro detenzione si svolge in sezioni chiuse e con poche attività lavorative e culturali, percorsi di reinserimento al minimo, rari incontri con la società esterna e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi.
Io sono da 33 anni in carcere e sempre nei circuiti di Alta Sicurezza. Molti detenuti della mia generazione (siamo in parecchi) sono morti in queste sezioni. Eravamo giovani affascinati da un certo tipo di mondo, i nostri idoli li vedevamo girare per le vie delle nostre città attirando la nostra attenzione ed ecco che ci siamo avvicinati, così tanto da bruciare le nostre vite.
Dagli anni 70 ad oggi riguardo alla devianza giovanile è cambiato poco, anzi oggi ci sono più giovani in carcere per il reato 416 BIS, giovani appunto affascinati dal mondo del crimine organizzato come lo eravamo noi 50 anni fa. La cosa che più sconvolge è che oggi questi giovani, a differenza di noi, non conoscono i loro idoli, mai incontrati, conoscono solo i loro nomi e le loro condanne, perché sono uomini in carcere da decenni. Per le vie dei quartieri girano solo le loro ombre con leggende costruite a dovere su di loro, che come ragnatele catturano le vite di molti giovani, compito facile perché questi giovani moderni sono convinti che chi è sottoposto ad una lunga e dura detenzione è un uomo forte e di grande onore. Non sono bastate le leggi di emergenza, dal ‘92 esiste il 41 BIS il cosiddetto “carcere duro”, l’ergastolo ostativo, le pene per i reati associativi sono molto alte, ma sui giovani non hanno funzionato.
Anni addietro qualcuno al Ministero con una mente “illuminata” aveva dato inizio ad un progetto sperimentale autorizzando alcuni detenuti dell’Alta Sicurezza di Padova a partecipare ad attività insieme ai detenuti comuni; una di queste attività è il progetto “scuole-carcere”, un progetto creato e diretto dal volontariato. Studenti che entrano in carcere per confrontarsi con dei detenuti.
Io ho partecipato a questo progetto per più di 10 anni e posso assicurarvi che dalle nostre testimonianze la leggenda sui grandi uomini dell’Alta Sicurezza è stata sbriciolata, perché ne escono fuori uomini con una vita piena di fallimenti, uomini con tante debolezze, con un finale da perdenti.
Questo confronto diretto per molti giovani funge da prevenzione, una specie di “spegniattrazione” che hanno verso il crimine. Questo progetto però serve pure ai detenuti perché il contatto diretto con la società esterna li migliora tantissimo; le loro testimonianze sono una forma di risarcimento per la società. Purtroppo questo progetto è stato stroncato perché la sezione AS1 è stata chiusa a Padova.
Le ultime direttive, che sono molto restrittive, colpiscono tutte le sezioni dell’Alta Sicurezza. I detenuti di quelle sezioni devono stare sempre più isolati, con minimi contatti con la società e nessun contatto con i detenuti di circuiti diversi, con inoltre poche attività. Queste nuove disposizioni di chiusura e isolamento totale non fanno altro che portare acqua al mulino del crimine organizzato, in quanto nasceranno nuove leggende che, come sponsor pubblicitari, gireranno per le vie delle città facendo sempre più presa sui giovani, spingendoli a diventare i nuovi soldati del crimine.
Mi sa che le menti illuminate si sono spente, non ci resta che il buio. Cominciamo a fare scorta di candele.











