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di Federico Capurso e Niccolò Carratelli

La Stampa, 2 novembre 2024

L’Anm: “Questa accelerazione è un segnale. C’è un clima di inquietudine”. Salvini: “Spero trovino il tempo di lavorare”. Parlano di “clima di inquietudine”, di “istituzioni ferite”. I giudici si sentono sotto assedio e accusano il governo e i giornali che gli sono vicini di voler “impaurire i magistrati”. “Fai un provvedimento che non piace e diventi “rosso” - attacca l’Associazione nazionale magistrati - Si rastrellano informazioni sui giudici per delineare pubblicamente il profilo del magistrato di parte e ostile. È inaccettabile”. Una protesta che per Matteo Salvini non è altro che “il solito comizio” e invita quindi i pm ad andare “a lavorare”.

L’Anm è sulle barricate, mentre la maggioranza di centrodestra stringe i tempi sulla riforma della giustizia. Non c’è solo la separazione delle carriere da approvare entro Natale. Adesso - come anticipato da questo giornale - sul tavolo del centrodestra è finita anche la proposta del senatore di Forza Italia, Pierantonio Zanettin, con cui si vuole approvare - dopo due anni di silenzio - l’Atto di indirizzo con cui il Parlamento stabilisce l’ordine di priorità del lavoro delle procure, previsto dalla legge Cartabia. Anche su questo dossier il centrodestra vuole correre. Il senatore di FdI Sergio Rastrelli, relatore del provvedimento, si dice ottimista: “L’approveremo in Senato alla ripresa dei lavori a gennaio”.

Il presidente dell’Anm, Giuseppe Santalucia, fa fatica a nascondere la preoccupazione: “In questa ennesima accelerazione vedo la voglia della politica di mandare un segnale ai giudici”, dice parlando con La Stampa. Non è una coincidenza, sottolinea Santalucia, se gli esponenti di centrodestra “avvertono il bisogno di una stretta sul potere giudiziario ogni volta che un giudice prende una decisione a loro sgradita. L’Atto di indirizzo per le procure rientra in questo disegno”. Ma l’attuazione di questa disposizione, aggiunge Salvatore Casciaro, segretario generale dell’Anm, “richiede massima cautela, perché si colloca in un assetto costituzionale dove vige la separazione dei poteri e l’obbligatorietà dell’azione penale”.

Il centrodestra, però, su questo fronte è compatto. Tanto che i partiti di maggioranza hanno già trovato un accordo sulla misura. Innanzitutto, spiega Rastrelli, “non diremo alle procure quali reati perseguire per primi e quali per ultimi, perché sarebbe un’invasione di campo. Detteremo solo i criteri generali”, come d’altronde prevede la legge Cartabia. Poi, prosegue, si daranno alle procure tre direttrici da seguire: “La prima riguarda la gravità del fatto e non la gravità del reato, in modo da evitare una gerarchia basata solo sull’entità della pena. La seconda direttrice - continua Rastrelli - tende a colmare i vuoti di tutela della persona offesa. Chi è più debole, quindi, va assistito tempestivamente, come per i casi di violenza di genere. E l’ultima riguarda l’offensività del reato. Le procure dovranno valutare il grado di aggressione al bene protetto in concreto e non più in astratto”.

Dal punto di vista delle opposizioni, il tentativo di dare una priorità ai reati da perseguire è solo “una conferma di quello che è il sogno di questa destra: orientare l’esercizio dell’azione penale e limitare l’autonomia della magistratura”, spiega Walter Verini, senatore Pd in commissione Giustizia. “Non vorrei che dietro questa mossa - aggiunge - ci sia la volontà di derubricare la gravità di alcuni reati, come quelli contro la pubblica amministrazione, per dare maggiore risalto a quelli di strada”. Altrettanto dubbioso Alfredo Bazoli, capogruppo dem nella stessa commissione di Palazzo Madama: “L’Atto di indirizzo mi sembra una mossa di pura propaganda, perché non serve a niente, non essendo vincolante per i magistrati - avverte -. D’altra parte, in caso contrario, ci sarebbe il rischio di andare in contrasto con la Costituzione”. Bazoli non rinnega il lavoro fatto all’epoca del governo Draghi e della ministra Cartabia, ma resta vivo il sospetto che il centrodestra possa provare ad andare ben oltre la definizione dei criteri generali per l’esercizio dell’azione penale e cercare, invece, una “catalogazione dei reati pericolosa perché viziata dalla contingenza politica e dalla sensibilità della maggioranza di turno”.

Una lettura simile a quella del Movimento 5 stelle, sintetizzata dalla senatrice Ada Lopreiato, anche lei in commissione Giustizia: “Stanno cercando di colpire l’obbligatorietà dell’azione penale - attacca -. Il combinato disposto della separazione delle carriere e di questo tipo di intervento rappresenta l’idea del governo Meloni che sia la politica a dover decidere quali reati perseguire e quali no”. La lista degli attriti tra magistratura e maggioranza di governo è ormai lunga e per Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd, c’è una “evidente volontà di delegittimazione del potere giudiziario e un chiaro tentativo di smantellamento del principio di separazione dei poteri. Questa destra si comporta non come chi ha vinto le elezioni - sottolinea - ma come chi ha preso il potere, sul cui arrogante esercizio non vuole alcun controllo”.