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di Errico Novi

Il Dubbio, 11 novembre 2024

Assurde le tesi che accusano Gomorra di aver trasferito nei giovani la fascinazione per il crimine. casomai, film e serie tv ispirati a Saviano hanno smitizzato i boss e decostruito il terrificante mistero dei clan. “Gomorra” è un libro, prima che un film e una serie tv. Risale a 18 anni fa. Ha diviso Napoli. Ha suscitato reazioni ostili, nei confronti di Roberto Saviano. Non tanto, è il paradosso, tra i segmenti della città che vivono ai margini o al di qua del mondo legale, ma nei ceto medio-alti. Tra la cosiddetta borghesia illuminata. “Ci diffama”, “ci ha distrutti”, “ha inflitto il colpo di grazia alla nostra immagine”, “siamo diventati agli occhi del mondo intero la Gotham city d’Occidente”. Alcuni anni dopo Gomorra, dopo il primo libro di Saviano e dopo l’uscita nelle sale della pellicola di Matteo Garrone, due geniali autori del nostro cinema, i Manetti Bros., produssero un musical a metà fra il comico grottesco e la fiction pulp: Ammore e malavita. In apertura, un balletto di turisti che si scatenano con le Vele di Scampia sullo sfondo e dichiarano la loro fascinazione per la cattedrale dello spaccio, per l’incontro ravvicinato con l’epicentro dell’abisso metropolitano. Si scherza, si ride. Una parodia. Ma i fratelli registi, romanissimi, intuiscono in realtà un dato oggettivo: la narrazione “gomorroide” attrae turismo. Rende Napoli una meta per stranieri curiosi. La riporta paradossalmente al centro del villaggio globale.

Altro che pubblicità negativa. Si comincia a intuire (siamo nel 2017) che Gomorra, e le sue versioni sequenziali, la serie tv appunto, agiscono come sorprendente veicolo di propaganda, come una paradossale quanto efficace vetrina. I turisti arrivano, si moltiplicano. Sul finire del decennio scorso, Napoli raggiunge un primo acme del proprio successo turistico, interrotto solo dal covid e poi ripreso fino al nuovo exploit della primavera 2023: lo scudetto del Napoli Calcio intreccia le ormai diradate suggestioni gomorroidi con la stupefacente bellezza del Golfo, con il mito della festosità partenopea e il culto pagano di Maradona, il D10S. La piazzetta dei Quartieri spagnoli dove si venera l’effige più famosa di Diego, il murales realizzato nell’ormai lontano 1990 dal compianto Mario Filardi e poi restaurato sette anni fa da Salvatore Iodice e Francisco Bosoletti, è meta di pellegrinaggio 24 ore su 24. E un nuovo momento di esposizione planetaria, per Napoli. Che persiste e continuerà a evolvere.

Cosa c’entrano Gomorra e la sua epopea con la rinascita turistica della città? C’entrano eccome. Al di là delle fascinazioni di cui alla scena iniziale di Ammore e malavita, l’opera di Saviano e le successive trasposizioni hanno prodotto in realtà un effetto psicosociale diametralmente opposto all’esito deturpante temuto dai napoletani: hanno demitizzato il crimine. Nel farne parodia, attraverso la riduzione filmica del libro, la camorra è stata decostruita. La versione visuale di Gomorra ha paradossalmente dissolto, sul piano dell’immaginario, la forza, la minacciosa mostruosità della malavita partenopea. In fondo non serve citare i guru delle comunicazione di massa. Basta il genio di uno dei più grandi maestri della comicità universale e icona della cultura popolare partenopea: Totò. Basta la scena di Totò, Peppino e i fuorilegge in cui Alberto, promesso sposo di Valeria, figlia del Principe della risata, convince il Torchio a rilasciare i poveri Totò e Peppino, presi in ostaggio, con l’abbagliante miraggio della notorietà, con una semplice intervista, usata quale merce di scambio. Da spietato rapitore, il Torchio si riduce a infantile narciso. Rilascia i prigionieri e apre le porte al lieto fine di una fra le più straordinarie e memorabili performance di Antonio De Curtis.

Ecco, Gomorra ha fatto qualcosa di simile: ha demitizzato i clan della camorra partenopea. Nel vivisezionarli, li ha spogliati della loro carica misteriosa e terribile. È un gioco della rappresentazione che ha agito, più o meno consapevolmente, anche nella percezione esterna, nei turisti, innanzitutto stranieri, che sono accorsi, a milioni e milioni, negli ultimi tre lustri, alle pendici del Vesuvio.

Ora, se l’effetto socioantropologico prodotto dall’opera di Saviano, su chi napoletano non era, è stato positivo, persino tranquillizzante e provvidenziale per l’attrattività di Partenope, non si riesce a comprendere per quale motivo Gomorra dovrebbe invece aver corrotto chi a Napoli ci vive, e i giovani in particolare. È davvero temerario sostenere che il modello, gli stilemi, come li chiamerebbero i massmediologi, irradiati dalla diffusione, sul piccolo e grande schermo, dell’opera di Saviano siano l’innesco di una devastante emulazione, un moltiplicatore della devianza. Casomai, il progressivo indebolirsi della camorra tradizionale - causato, in termini concreti, effettuali, dall’impegno straordinario di magistrati e forze dell’ordine e, in termini ideali e culturali, anche dal film e dalla serie su Gomorra - ha lasciato spazio a una versione residuale, ma comunque sanguinaria, del sistema malavitoso precedente: le bande dei baby boss, i ragazzotti protagonisti delle “stese”, le parate in moto e armi in pugno nelle quali giovani gruppi di malavitosi esibiscono la loro spaventosa esuberanza, e manifestano la loro volontà di intimidazione. I colpi inflitti, alla camorra propriamente detta, dalla direzione distrettuale Antimafia di Napoli e dalle forze dell’ordine, le decine di indagini che hanno portato in galera i vecchi boss e disgregato i clan, hanno lasciato spazio a una forma sì terribile, ma, in termini sistemici, terminale e agonizzante del mondo criminale: le “paranze dei bambini”, appunto, di cui lo stesso Saviano si è poi occupato.

È chiaro che questo mondo di recrudescenza camorristica a cui i giovani delle periferie hanno dato vita è una metastatsi da estirpare. È un fenomeno mostruoso, che ha provocato assassinii e atti di violenza terribili: Giovanbattista “Giogiò” Cutolo, ucciso a 24 anni, e Santo Romano, che ne aveva 17, sono solo, rispettivamente, la più clamorosa e la più recente fra queste storie di morte.

Napoli deve liberarsi di quest’estrema propaggine camorristica, nella consapevolezza altri tentacoli della piovra proveranno ancora ad avvelenare la città. Ma non ha senso associare criminalità giovanile e rappresentazione cinematografico- letteraria della camorra. È assurdo criminalizzare un libro, un film, una serie tv. Saviano ha avuto anzi il merito di sbattere in faccia ai napoletani la realtà che molti si sforzavano di respingere, di ridurre a fenomeno tanto soffocante quanto estraneo. L’esercizio della rimozione è praticato da secoli, a Napoli, in particolare dalle classi dirigenti. Proprio quelle che, non a caso, più si sono indignate e offese nel vedersi rappresentate dallo specchio di Gomorra.