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di Felice Manti

Il Giornale, 9 settembre 2023

Dietro le sbarre degli Ipm ci sono 400 detenuti, metà è in attesa di condanna o maggiorenne. E questa promiscuità vanifica gli sforzi e infiamma gli animi. Violenza, droga, sesso facile “con il degrado come special guest”, come recita il tormentone di questa dannata estate. Sono vent’anni che il branco è diventato baby gang, che la criminalità minorile si è americanizzata, è più violenta, spietata, si bulla sui social, fa proseliti. E no, la storiella che l’emergenza nasca solo da famiglie disagiate e al Sud non regge, anche perché in tutte le città ci sono Bronx e zone franche, una terra di mezzo dove non esistono vie di mezzo, dove le forze dell’ordine si muovono silenziosamente o a favore di telecamere. Da Schio a Torino, Bari e Lucca, Ferrara, Taranto, Bologna, Brindisi e Rimini. E solo nell’ultima settimana. Si cresce in fretta, la disgregazione delle famiglie getta napalm sulle coscienze, ambienti borghesi e marginalità crescenti vanno a braccetto, esaltate da un’iconografia alla Gomorra che rimpiazza le sbiadite figurine genitoriali. Il divieto forzato alla socialità col lockdown ha fatto il resto, come l’impossibile integrazione degli italiani di nuovo conio, impermeabili a ogni tentativo educativo.

La politica chiede l’imputabilità a 12, vuole multare le famiglie troppo distratte, invoca carcere per i reati “da adulti”, l’omicidio del musicista di Napoli o l’atroce violenza sessuale di Palermo, “ispirata” alle scene pornografiche che il branco ha ammesso di vedere. Chiudere un ragazzino dietro le sbarre è una sconfitta doppia, bisognerebbe potenziare i servizi educativi ma gli assistenti sociali sono in via di estinzione. Il percorso rieducativo è tutt’altro che immediato per l’atavica lentezza della giustizia penale. Non solo non si reinserisce in società il condannato, di fatto lo si regala alle criminalità più o meno organizzate che ne fanno carne di cannone.

Come a Reggio Calabria, dove il fortino dei rom scoperto da Klaus Davi in pieno centro è al soldo della ‘ndrangheta. “Se un baby spacciatore viene arrestato, ad aiutare la sua famiglia ci pensa il clan, l’affiliato si sente in debito e non lo recuperi più”, dice l’ex cappellano di Nisida Gennaro Pagano, il penitenziario che ospita criminali under 25 che Mare fuori ha abbellito causa rassicurante prima serata.

Al 15 dicembre scorso erano 400 (390 uomini e 10 donne) in Italia i detenuti tra i 14 e i 25 anni nei 17 Istituti penali minorili (Ipm), che sono più al Sud che altrove: più della metà dei reclusi è senza condanna definitiva o maggiorenne (e questo mina il percorso di riabilitazione), in un anno ne passano quasi 1.500 con reati contro il patrimonio (furti, rapine, estorsioni, ricettazione) la persona e l’incolumità pubblica. In 27 hanno tra 14 e 15 anni, 179 tra 16 e 17 anni, 135 tra 18 e 20 anni e 59 tra 21 e 24 anni; 199 sono italiani e 201 stranieri (tanti, se si pensa che gli immigrati sono meno del 10%).