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di Paolo Giordano


Corriere della Sera, 25 settembre 2019

 

La realtà del cambiamento climatico ha smascherato la fiaba della crescita economica eterna. Ma solo la nuova generazione porta il fardello di saper vedere in pieno la verità. In questo anno dedicato al clima e alla Luna è stato spesso ricordato il momento in cui gli astronauti in orbita videro per la prima volta la Terra nella sua interezza, e la fotografarono, svelandone d'un tratto la solitudine e la fragilità.

Alcuni pongono addirittura quella "visione d'insieme" all'origine della coscienza ambientalista. È singolare, a pensarci. Ciò che gli astronauti "videro per la prima volta" era in effetti noto da secoli: la Terra è sferica, per lo più coperta di oceani, e se ne sta da sola in mezzo al buio raggelante del Sistema Solare. Ma quella finitezza che tutti sapevano non era mai passata dal cervello al cuore, per così dire, non aveva intriso le coscienze. L'umanità abitava su un pianeta che sapeva limitato, ma di cui non ammetteva davvero il bordo.

Cinquant'anni dopo, a quanto pare, non siamo cambiati granché. Al summit delle Nazioni Unite, Greta Thunberg ha accusato i leader mondiali, e tramite loro due o tre generazioni di donne e uomini, di non aver compreso appieno la gravità della situazione climatica, "perché se aveste capito e ancora vi rifiutaste di agire, allora sareste malvagi".

Ciò che Greta sembra ignorare, legittimamente, è che comprensione e incoscienza possono convivere in piena armonia, e molto a lungo; che si può conoscere con esattezza la verità su qualcosa e al tempo stesso non crederci sul serio. I sondaggi dimostrano che il negazionismo climatico è ormai un problema marginale, pressoché superato, con qualche eccezione illustre. La scienza non dubita più di sé stessa - "there is robust evidence" si legge sul sito dell'Ipcc - e gli adulti del mondo non dubitano più della scienza. E tuttavia, contemporaneamente, nessuno crede davvero al cambiamento climatico, solo - almeno ce lo auguriamo - i più giovani.

"C'è un concetto che corrompe e confonde tutti gli altri, ha scritto Calvino. Non parlo del Male il cui limitato impero è l'etica; parlo dell'Infinito". La crisi d'immaginazione - di fede - in cui ci ha gettato il climate change ha a che fare con l'Infinito di cui parla Calvino. Con la presunzione, inscritta in ognuno di noi dall'infanzia, che certe risorse siano illimitate. Greta ha lambito questi due concetti, l'infinito e l'infanzia, quando ha accusato gli adulti di spacciare ancora "fiabe sulla crescita economica eterna".

Ne ha fatto una questione di avidità, di pigrizia, senza sapere che gli infiniti in cui crediamo da bambini sono impossibili da estirpare. Ricordo la descrizione della foresta amazzonica sul libro di geografia, come una riserva sconfinata di alberi e ossigeno. Quell'aggettivo, "sconfinato", è radicato in me più a fondo di qualsiasi nozione quantitativa io possa aver acquisito in seguito, e non vacilla sul serio neppure davanti ai video apocalittici degli incendi, alle spacconate di Bolsonaro e ai grafici vertiginosi. A volte posso aver paura, ma la mia foresta amazzonica è pur sempre inesauribile.

Non è mancanza di etica, perciò, non strettamente almeno. Né d'intelligenza. Einstein, che non ne difettava, si rifiutò fino alla fine di ammettere la meccanica quantistica che lui stesso aveva contribuito a scoprire, perché quel mondo discreto, fatto di salti, contraddiceva l'idea di continuità, d'infinito, in cui era cresciuto. E Da Vinci, pur avendo compreso che il moto perpetuo non poteva essere realizzato da una macchina, non smise mai davvero di crederci. Come si può sperare, allora, che una porzione intera di umanità cambi in corsa la sua idea del cielo? Che ne accetti all'improvviso la finitezza? L'immensità dell'atmosfera che si surriscalda come una camera da letto: lo sappiamo, certo, e la certezza aumenta a ogni record di temperatura estiva; abbiamo i dati a portata di mano, dati espressi in giga-tonnellate-di-anidride-carbonica-equivalente, alla fine ci entrerà perfino questo nella testa, ma non ci crediamo. E se anche ce la metteremo tutta, se saremo più accorti nello spegnere le luci, se ci doteremo di borracce alla moda per non sprecare altra plastica, se prenderemo meno aerei (o più probabilmente no), se compreremo un'auto ibrida rottamando la nostra, ancora non ci crederemo.

La generazione di Antonio Guterres e dei miei genitori è vissuta nella "fiaba della crescita economica eterna", noi abbiamo saputo dall'inizio che era una bugia. Per noi, Venezia e New York saranno così come sono per sempre, agli occhi di Greta questa è solo un'altra menzogna. E chissà in quale altra illusione d'infinito lei e i suoi sono intrappolati senza saperlo. Nei mesi scorsi li abbiamo guardati scioperare di venerdì e li abbiamo applauditi. Con un'enfasi che celava a stento la condiscendenza abbiamo detto: "Guardateli, sono più responsabili di noi, sono migliori". In realtà, avremmo dovuto dire: "Guardateli, forse vedono un limite che noi non possiamo vedere, forse credono in qualcosa in cui noi non possiamo credere". Che invidia. Ma che fardello anche, che sfortuna. Per noi, almeno, i ghiacciai esisteranno anche quando non ci saranno più.