di Mirella Serri
La Stampa, 9 agosto 2026
Lo psicoanalista: “Sport, attività e laboratori per dare attenzione e riconoscimento ai ragazzi”. Altro che società della lagna e delle paure immaginarie, le statistiche sulla criminalità giovanile ci dicono che nell’ultimo anno circa il 40 per cento degli studenti, tra i 15 e i 19 anni, ha partecipato a zuffe o parapiglia secondo il recente rapporto Espad del Cnr. Le denunce che vedono protagonisti i minori stanno raggiungendo un livello record. Le risse sono aumentate del 93%, le rapine del 54%, le lesioni del 53% e anche le violenze sessuali vedono un buon incremento, il 29%. La violenza dei giovani è abitudinaria: il 12% dei ragazzi prende parte ad aggressioni di gruppo, quasi sempre dirette contro sconosciuti, e nel 5% dei casi chi dà vita alle zuffe e agli assalti riporta ferite talmente gravi da richiedere cure mediche. Con Massimo Ammaniti, 85 anni, psicoanalista esperto dell’età evolutiva e autore di molti saggi a riguardo, parliamo di quasi un milione di italiani sul fronte del bullismo e della malamovida, combattenti di una guerra paurosamente in aumento.
Piccoli criminali crescono e siamo passati, quasi senza accorgercene, dalla società della rivolta giovanile a quella del malessere delle baby gang, del bullismo, del cyberbullismo, e delle aggressioni a scuola. Come è potuto accadere?
“Il fenomeno è impressionante. I minori indagati a carico dei servizi sociali sono passati da 20. 263 del 2019 a 23. 862 del 2025. C’è stato un incremento del 15 per cento del disagio minorile. Nelle scazzottate poi c’è un aumento del 93 per cento dell’uso di coltelli e bastoni”.
Cosa ha fatto lievitare così i numeri dell’inquietudine?
“Il decreto Caivano nel 2023 aveva introdotto norme urgenti per contrastare la povertà educativa. A cosa bisognava rimediare? Dovevamo occuparci della marginalità sociale e dell’assenza di spazi per lo svago e il divertimento. Della mancanza di centri di aggregazione per i ragazzi e di alternative costruttive: tutti fattori che spingono i giovani verso la strada, verso il gruppo come unico luogo di appartenenza. In questi contesti deteriorati si afferma la dinamica del “branco”, la soluzione per ottenere protezione e status proprio dal contesto di coloro che sono simili. Il decreto Caivano ha finito per conseguire il risultato opposto, potenziando incredibilmente le pene. Gli istituti penali per minorenni sono sovraffollati e i loro ospiti sono cresciuti del 100%. E la rieducazione? È inesistente. Mancano esperti, psicologi, cure e attenzioni. Sono scuole di criminalità: i ragazzi quando escono hanno imparato il “mestiere” e si rifanno del tempo perduto entrando in bande criminali organizzate”.
A settembre passerà da Camera e Senato il disegno di legge che abbassa l’imputabilità a 14 anni: ma i ragazzi dai 14 ai 18 anni sono veramente in grado di intendere e di volere?
“Nient’affatto. Secondo gli studi psicologici e neurobiologici a 14 anni c’è sicuramente l’intenzionalità di aggredire qualcuno ma è un’età in cui la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni è molto limitata e parziale. Faccio un esempio. Negli adolescenti una delle prime cause di morte sono gli incidenti stradali. Come mai un 14 enne in motorino attraversa l’incrocio anche se il semaforo è rosso? È convinto che a lui non succederà nulla. Gli adolescenti che si suicidano, è un altro esempio, vanno incontro a comportamenti pericolosi con notevole incoscienza. A quell’età i ragazzi sono in pieno sviluppo, sono sotto l’influsso degli ormoni, in particolare del testosterone che modula il controllo emotivo e sociale. I ragazzi non hanno coscienza delle ripercussioni delle proprie scelte. Queste zone di consapevolezza maturano completamente dopo i 20 anni”.
I nostri legislatori sono a digiuno di nozioni sulla psicologia dei giovani?
“Dovrebbero capire cosa realmente spinge a comportamenti devianti i maranza, i gruppi che accolgono i figli di emigrati, di italiani di seconda generazione ma anche di ragazzi italiani che vengono dalle periferie e da zone desolate. Questi ragazzi tendono a farsi valere. Sanno di essere invisibili, di non essere considerati e vogliono apparire, rapinando, puntando il coltello alla gola. Non sono situazioni che si verificano per la prima volta nella storia. Il film Gangs of New York di Martin Scorsese ben racconta, per esempio, il difficile inserimento degli irlandesi e le loro lotte nella Grande Mela. Gli americani per favorire l’adattamento dei giovani poco inseriti e non rispettosi di leggi e regole inventarono le high school, le scuole superiori che garantiscono anche un consistente aiuto ad acquisire i codici della convivenza sociale. Le situazioni devianti poi sono alimentate dall’abuso di sostanze. L’alcol e le droghe trasformano le tensioni in azione, in esigenza di combattere e aggredire. Se non teniamo conto di tutto questo insieme di elementi e prendiamo i ragazzi di 14 anni, li chiudiamo negli istituti già strapieni, torniamo indietro di secoli”.
A gettare benzina sul fuoco della violenza giovanile sono anche le piattaforme social?
“Le applicazioni on line mandano messaggi estremi, di grande crudeltà che vanno da come praticare il suicidio a come eliminare i propri genitori. Di recente sulla rivista Nature è uscito un importante articolo sull’uso precoce dei social che ostacola e inibisce l’apprendimento della matematica e dell’italiano. I ragazzi dunque non hanno un linguaggio con cui elaborare e buttare fuori le proprie emozioni. L’esposizione costante ai contenuti che vengono dal web contribuisce a una progressiva perdita di rapporto reale con il prossimo. Se il disagio o addirittura il dolore degli altri vengono percepiti come qualcosa di astratto su uno schermo, la realtà di un gesto offensivo si svuota di significato. La nostra società sottopone i più giovani a pressioni e sfide e trasforma l’oltraggio in auto-affermazione che aiuta a uscire dall’anonimato e a sentirsi potenti e autorevoli tramite i filmati delle risse”.
La soluzione?
“Incrementare l’attività degli insegnanti e portar via i giovani dalla strada. I ragazzi devono essere impegnati con lo sport, in attività varie, in laboratori in cui imparano mestieri. Dove ricevono attenzioni e ottengono riconoscimenti da parte degli adulti. Si stanno facendo molti tagli nel campo dell’educazione e della prevenzione. Potenziare gli istituti di pena non costa ugualmente? Non è meglio mettere da parte il cumulo delle pene e investire nei giovani e nel nostro futuro? “.









