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di Gianluca Iovine

Il Dubbio, 21 dicembre 2025

All’apparenza parecchio diverso da altri titoli di Daniele Vicari, “Ammazzare stanca - Autobiografia di un assassino”, rivela in conclusione i temi sociali che più stanno a cuore al regista. Dunque, anche se assistiamo al racconto dell’espansione delle cosche di ‘ndrangheta in Nord Italia tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, e al primo caso storico di pentimento, emergono, dal libro-confessione di Antonio Zagari che ha ispirato il film, il tema dell’immigrazione interna e quello della contrapposizione tra Settentrione industriale e Meridione rurale con il fattore delle dinamiche familiari a rilevare anche quando l’impresa consisteva nel business degli omicidi, dei sequestri e del dominio territoriale.

Il film racconta bene lo straniamento e la faticosa integrazione delle cosche di seconda generazione, mostrando la tendenza allora embrionale, per quelle operanti in Brianza, a modernizzarsi e contaminare le proprie modalità operative con quelle di altri gruppi criminali. Affiora così il passaggio fondamentale del conflitto tra vecchi padrini, ostili al mercato della droga, e nuove leve dei clan, in un corollario di scissioni, alleanze ed eliminazioni, che spesso fa implodere dall’interno le famiglie dominanti.

Vicari, che è anche docente, non trascura l’aspetto pedagogico del cinema, rappresentando gli aspetti di invisibilità e feroce familismo che hanno reso nel tempo la ‘ndrangheta forza criminale superiore a ogni altra, indirizzando nel tempo le cosche operanti al Nord verso una vocazione più spiccatamente internazionale, rispetto ad alcuni nuclei primari rimasti per scelta a dominare in Italia o su parte dei territori del Cosentino, delle Piane di Lamezia, Rosarno e Gioia Tauro, o a Reggio Calabria, sulla Jonica e della Locride reggina.

La ricostruzione degli ambienti e dell’epoca è accurata, e aiuta a vivere la dissonanza tra volontario isolamento e tessuto economico circostante relativamente progredito. Il dogma criminale è arcaico, segreto, espresso da famiglie patriarcali, unite da giuramenti di sangue, fede, terra. Lo Stato in parte sottovaluta il fenomeno anche per colpevoli devianze. Nel tempo, il potenziale criminale e notevoli complicità istituzionali, permettono espansione e suddivisione dei territori con mala lombarda, camorra campana e cosche siciliane. L’epoca nella quale agisce l’assassino interpretato da Gabriele Montesi segna la riorganizzazione e il passaggio verso nuovi e più lucrosi affari criminali, e lo spezzarsi del legame primario tra fratelli.

Le diverse anime del crimine calabrese sono interpretate con grande attenzione al linguaggio familista e al gergo di sangue: Rocco Papaleo è un padrino della vecchia guardia, istrione e spietato. Vinicio Marchioni, l’insensibile patriarca Giacomo, non esiterebbe a uccidere i suoi stessi figli per la contiguità ai disvalori criminali moderni. Ne deriva una grande tragedia familiare, negativo di una più ampia tragedia collettiva che il diario di un uomo forse pentitosi per fobia del sangue o per amore racconta in modo efficace.

Al pubblico restano in mente le figure del secondogenito e di Angela, l’intensa Selene Caramazza, per la quale Antonio abiura sé stesso. La loro complessa umanità getta sul pubblico il dubbio infinito tra bene e male. Le sequenze d’azione e i luoghi scelti immergono in una metaforica selva senza uscita, dove etica comune e criminale sono ugualmente tradite, per smania individuale e mito della vita veloce. Gli interpreti tengono al meglio la scena, mentre il volto accattivante di Montesi anticipa ulteriori, future potenzialità. Dal diario di Zagari manca la coscienza precisa dei sedici omicidi commessi e questo è un limite importante che annacqua il beat emotivo finale. Ma è questo un film complesso, forte e coraggioso, anche nel suo linguaggio visivo.