di Claudio Del Frate
Correrie della Sera, 26 luglio 2025
La storia del primo pentito di ‘ndrangheta. Il “memoir” uscito nel 1992 mise in fila l’orrenda serie di delitti (almeno 16) di cui il killer fu protagonista nel Varesotto. “Ero finito in un buco nero da cui non sapevo se sarei uscito”. Il regista Daniele Vicari ha visto in questa storia “il ritratto di una generazione”. Eccone la ricostruzione. “Lavorare stanca” scriveva Cesare Pavese. E se il mestiere con cui ti guadagni da vivere è quello del killer della ‘ndrangheta e una ininterrotta scia di sangue ti accompagna per quasi 25 anni, ne consegue che anche ammazzare stanca.
Antonio Zagari, calabrese trapiantato nel Varesotto, primo pentito a rompere il muro dell’omertà delle famiglie calabresi, si stancò di ammazzare negli anni ‘90. Lo fece per ripulsa del sangue, per disperazione, per convenienza. Non solo divenne un collaboratore di giustizia ma raccontò il suo romanzo criminale in un “memoir” da cui ora viene tratto un film con il medesimo titolo - “Ammazzare stanca”, per l’appunto - che sarà in concorso al prossimo Festival di Venezia.
Daniele Vicari, regista della pellicola che ha tra i suoi interpreti Vinicio Marchionni e Rocco Papaleo, ha detto di aver visto in Antonio Zagari un figlio della generazione che si ribellò all’autorità dei padri: “Ho letto l’autobiografia di Zagari molti anni fa e ho pensato subito valesse la pena trasformarla in un film perché in questo racconto si mescolano molte cose che mi appassionano: action, conflitti familiari, desiderio di emancipazione, amore, tragedia e ironia. Poi c’è in filigrana il ventennio 70-80, la storia di una generazione, anni controversi, duri, ma pieni di vitalismo e di speranza anche nella tragedia”. Un’interpretazione, di sicuro, che non difetta di originalità.
Prima di tagliare i ponti con il passato, con l’ambiente di provenienza, con l’autorità patriarcale, Zagari ha comunque messo in fila almeno 16 omicidi, il più delle volte premendo di persona il grilletto, più un numero infinito di assalti a banche, gioiellerie, uffici postali durante quelli che furono “anni di piombo” non solo per via del terrorismo ma anche per la criminalità organizzata che imperversava per l’Italia. Il pentito si è poi dissolto in una eclissi: scomparso dai radar giudiziari, sottoposto a un rigido programma di protezione per anni non si sa più nulla di lui fino alla notizia che lo da per morto, nel 2004, in un incidente in moto. In località imprecisata, pare nei pressi di Spoleto.
“Mentre mia madre, sposa da 9 mesi, mi stava partorendo proprio due minuti dopo l’inizio del 1954 a San Ferdinando, piccolo inquieto paese nella tristemente famosa piana di Rosarno e Gioia Tauro… mio padre Giacomo, allora ventiquattrenne nato e cresciuto sotto la pseudo morale della ‘ndrangheta salutava l’anno nuovo ma anche la mia nascita rafficando il cielo con un mitra”: questo è l’incipit di “Ammazzare stanca”, un paragrafo in cui è già racchiuso un destino.
La vita di Antonio Zagari è segnata fin dall’inizio dall’acqua battesimale del codice d’onore malavitoso. Il padre Giacomo, pochi mesi dopo la nascita del primogenito, si trasferisce con la famiglia a Buguggiate, piccolo comune alle porte di Varese. Ufficialmente fa il muratore, ma in realtà allaccia quasi subito contatti con altri “malacarne” già trapiantati al Nord con i quali avvia subito attività illegali anche se al momento di basso rango: contrabbando, possesso di armi, prostituzione. Il nemico assoluto è lo Stato, incarnato dalla “sbirraglia”: “Appena nato mio padre mi avvicinò una chiave e un coltello: era il loro modo per capire se sarei stato fedele alla legge o al crimine”. La mano del piccolo Antonio, naturalmente, si indirizzò verso il coltello.
Antonio racconta se stesso come un ragazzino irrequieto, svogliato negli studi, preda di tempeste ormonali. Lascata la scuola vaga tra un lavoro e l’altro: garzone di panetteria, operaio in una officina, in una vetreria. Ma quando viene ufficialmente affiliato al clan, con il rito celebrato in Calabria, sente che la sua vita deve svoltare: “Consideravo nemico chiunque mostrare ostilità nei confronti dell’ambiente delle amicizie di mio padre dove mi sentivo a mio agio e importante per la fiducia che mi veniva dimostrata. Discutevano di azioni delittuose e non si preoccupavano della mia presenza: ormai ero uno di loro”. Nomi come il boss Savino Pesce o i Bellocco diventano frequentazioni familiari.
La rottura con l’“etica del lavoro” lombarda avviene quasi subito: “Smisi ben presto di guadagnarmi da vivere onestamente: che uomo d’onore potevo mai essere se mi rassegnavo a stare chiuso dentro una fabbrica a farmi comandare da altri?”. E tanto per brindare alla nuova vita, Zagari dà alle fiamme la vetreria da cui si era appena licenziato: “Vedendo le lingue di fuoco che salivano al cielo provavo un godimento psico-fisico, un orgasmo cerebrale”.
Inizia la carriera di rapinatore ma anche quella di frequentatore delle patrie galere: il primo arresto è del 1974, dopo un colpo fallito a un ufficio postale nel Cremonese. Uscito dal carcere Antonio viene a conoscenza del primo orrendo delitto che molti anni dopo metterà a verbale con magistrati e carabinieri accusando il padre quale responsabile: il sequestro di Emanuele Riboli, studente diciassettenne di Buguggiate, figlio di un piccolo imprenditore. Riboli non verrà mai più restituito alla famiglia nonostante il pagamento di un riscatto. Zagari padre si vanterà di aver soppresso l’ostaggio proprio perché i familiari non avevano versato tutta la somma richiesta.
Alle leggi della “famiglia” non ci si sottrae: se i capi ordinano di dare alle fiamme un negozio il cui proprietario è restio a pagare il pizzo, si va e si esegue; idem se un debitore tarda nel saldare il conto. E quando un gruppo di malavitosi siciliani si mette in testa di contrastare il primato dei calabresi a Varese e dintorni, la loro sorte è segnata. E qui matura il primo omicidio commesso da Zagari, vittima un catanese, Pippo Furnò, crivellato di colpi sull’uscio di casa: “Avere ucciso un uomo, anche se era la prima volta mi lascò del tutto indifferente, forse mi era addirittura piaciuto, mi era parso di provare una sensazione di benessere. Ma la vista del sangue mi nauseò e mi impedì di nutrirmi di carne per anni”.
Una prima crepa nella scorza di “duro” per Zagari si apre nel maggio dell’83: viene arrestato per una rapina ai danni di un orefice, Giovanni Micheletti, finita nel sangue con la morte del negoziante e di un bandito. I carabinieri arrivano a Zagari sulla scorta di confidenze di alcuni suoi complici: “Le accuse che mi venivano scaricate addosso dai miei ex complici mi opprimevano, era come se fossero diventati loro i padroni della mia vita...così decisi di rivelare io stesso i reati commessi dichiarando al magistrato la mia volontà di collaborazione”.
Dagli armadi delle procure vengono tirati fuori i fascicoli di tanti delitti rimasti insoluti: Zagari comincia accusando sé e altri ma gli inquirenti rimangono scettici: si è mai visto uno ‘ndranghetista tradire i suoi compari? Eresia. Così la giustizia traccheggia e Zagari, nel frattempo trasferito in una piccola caserma dei carabinieri per motivi di sicurezza un bel giorno approfitta della distrazione di un giovane militare infila la porta e taglia la corda.
Ma ormai il killer è braccato su due fronti: dalla giustizia che lo vuole riportare dietro le sbarre e dal suo ambiente familiare che fin da subito lo sospetta di tradimento. Trascorre la latitanza in una intercapedine della soffitta di casa sua o in una buca scavata nell’orto, una tana che lo riduce a una bestia selvatica. E quando gli si presentano davanti due “picciotti” venuti a chiedergli conto delle confidenze fatte ai carabinieri non ha scelta: spara a entrambi a bruciapelo (uno dei due sopravvivrà) e scappa nei boschi: è inverno, deve trascorrere ore all’adiaccio, cade in un torrente gelato ma alla fine riesce a trovare riparo da un misterioso amico in un paese sul lago di Garda. “Mi sentivo senza futuro, infilato dentro un buco da cui non sapevo se e come sarei mai venuto fuori”.
Viene catturato a Brescia il 24 aprile (sotto braccio ha un libro sui rapporti tra Churchill e Mussolini) e a quel punto Zagari ha già accumulato condanne per oltre 30 anni di carcere. Ma la sorte lo mette di nuovo di fronte a un bivio: la Cassazione “dimentica” un suo ricorso e per il killer si spalancano di nuovo le porte della libertà: esce per decorrenza di termini. È ormai un reietto, non può più contare sull’aiuto di nessuno: “Mio padre mi considerava un cornuto perché avevo concesso il divorzio a mia moglie, ero messo sotto pressione e come prova di fedeltà fui costretto a uccidere due componenti della vecchia banda di rapinatori”: il duplice delitto, avvenuto nelle campagne di Torino viene raccontato con dovizia di particolari che sarebbero piaciuti, oltre che a Daniele Vicari, anche a Quentin Tarantino.
Antonio stavolta è veramente stanco di ammazzare ma deve scegliere: o il giudizio del “tribunale” della ‘ndrangheta che non vede l’ora di trovare l’occasione per eliminarlo ormai convinto di avere a che fare con un “infame”; o la giustizia dello Stato che magari un piccolo sconto lo farà. Il destino gli pone davanti l’uniforme di un carabiniere: è quella del colonnello Giampaolo Ganzer, già ufficiale dell’antiterrorismo e ora impegnato a debellare la malavita organizzata. “Il colonnello stava indagando sui sequestri di persona e mi chiese se ero in grado di fornirgli elementi sul rapimento di Carlo Celadon”. Zagari non ne sa niente; in compenso ha “orecchiato” che il padre in combutta con alcuni calabresi arrivati da San Luca sta progettando il sequestro della figlia di un piccolo imprenditore del lago Maggiore, Antonella Dellea. Zagari salta definitivamente la barricata, dice tutto quello che sa e per mesi fa il doppio gioco. Il 16 gennaio 1990 il commando arrivato dall’Aspromonte viene falciato in un conflitto a fuoco con i carabinieri davanti all’azienda dei Dellea. Quattro morti restano sull’asfalto.
“Ammazzare stanca”, inteso come autobiografia del pentito si interrompe qui. Ma occorre aggiungere un capitolo fondamentale: dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino lo Stato reagisce istituendo le procure distrettuali antimafia. Quella di Milano viene affidata a un magistrato di indiscusso coraggio e capacità come Armando Spataro. Che riprende in mano tutte le confessioni di Zagari sulla base delle quali il 5 dicembre 1994 fa scattare 115 arresti. È l’inchiesta denominata “Isola felice”: tutto il gotha criminale ponte tra la Calabria e la Lombardia finisce a processo, anni di delitti insoluti trovano una risposta nelle sentenze. Zagari torna in aula a confermare per filo e per segno le accuse in un clima di estrema tensione e disordini tra gli imputati: snocciola orrendi crimini con freddezza da contabile, la voce priva di qualsiasi inflessione calabrese, con una vistosa “erre” moscia che lo rende quanto di più distante dal “cliché” del malavitoso.
Da una delle gabbie il vecchio Giacomo Zagari, livido in volto, fissa il figlio: verrà condannato all’ergastolo. Di Antonio, da lì in avanti non si saprà più nulla. Nemmeno dove sia stato sepolto.
L’epitaffio di questa storia sta racchiuso nelle ultime righe del memoir: “Avevo nausea di tutto ciò che ruotava attorno all’ambiente malavitoso. Non solo per un a questione di paura ma perché dopo essermi abbuffato per anni di pietanze criminali non riuscivo più a digerirle. Desideravo solo essere lasciato in pace. Sarei ipocrita se affermassi di avere rimorso per le persone che ho soppresso. L’ho cercato e lo sto ancora cercando, inutilmente”.











