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di Anna Corrado

Corriere della Sera, 18 giugno 2022

I Tribunali amministrativi regionali e il Consiglio di Stato già da qualche anno hanno raccolto la sfida. Un giorno non molto lontano, verosimilmente, un’automobile a guida autonoma ci condurrà direttamente all’indirizzo desiderato scegliendo in autonomia il percorso più veloce; il frigorifero di casa sarà collegato al carrello della spesa del supermercato e i prodotti arriveranno in automatico a casa; gli interventi chirurgici saranno eseguiti solo da robot, le città saranno “smart” con gestione e organizzazione del traffico, dei rifiuti, delle problematiche ambientali affidati a sistemi di intelligenza artificiale; infine, i rapporti con le pubbliche amministrazioni saranno automatizzati e non sarà più necessario recarsi presso gli uffici pubblici per istanze e documenti perché tutti i procedimenti saranno digitalizzati e disponibili dal computer di casa. Naturalmente i vantaggi che la vita segnata dagli algoritmi, di apprendimento o meno, non sarà senza costi: significherà aver risolto in qualche modo i dilemmi etici che la tipologia di istruzioni da impartire alle macchine pongono, aver sacrificato almeno un po’ della nostra riservatezza e corso il rischio, alla lunga, di vedere indebolita la nostra capacità decisionale, consegnandoci ai vantaggi delle cosiddette decisioni “robotiche”.

Questo il futuro prossimo venturo visto che la strada per la digitalizzazione, la telematica e l’informatica corre veloce e che inevitabilmente sarà la tecnologia a soddisfare i nostri bisogni. Il problema che si pone da subito, in disparte il possibile approccio emotivo al tema, è quello della tutela dei diritti della persona e delle situazioni giuridiche soggettive per come oggi siamo abituati a intenderle e a tutelarle. Il tema dei temi sarà, in particolare, quello di assicurare al cittadino il rispetto dei suoi diritti e delle sue prerogative allorquando saranno le macchine a farsi carico delle sue istanze e delle richieste di beni, servizi e prestazioni. Il tema si pone già oggi e in modo rilevante nei rapporti con la pubblica amministrazione, per i quali il cittadino si aspetta che i principi, consacrati nel 1990 con la legge 241 per la sede procedimentale, continuino a trovare applicazione. Sarà la macchina (per come progettata dall’uomo) in grado, con la sua procedura algoritmica, di assicurare partecipazione, efficacia, imparzialità, pubblicità, trasparenza, chiarezza ed esaustività della motivazione della scelta amministrativa? Resisteranno, quali principi insormontabili, di fronte al “miraggio” dell’efficienza, della speditezza e della semplificazione amministrativa?

La tutela dell’interesse legittimo che segna il rapporto tra cittadini e amministrazione, rappresenta la moderna sfida non solo dell’Amministrazione 4.0 ma anche della Giustizia 4.0, soprattutto di quella amministrativa. Una sfida che comunque sia i Tribunali amministrativi regionali che il Consiglio di Stato hanno già da qualche anno raccolto con le proprie pronunce provando a dare risposte di giustizia al cittadino, anche con riguardo a decisioni amministrative algoritmiche.

L’utilizzo di piattaforme telematiche e di procedure digitali nell’ambito degli appalti pubblici e nelle procedure concorsuali per il reclutamento di personale nelle amministrazioni, il cui utilizzo ha visto negli ultimi tempi una forte accelerazione, complice anche la pandemia, ha già portato ad alcuni interventi giurisprudenziali che hanno a loro volta alimentato un vivace dibattito dottrinale. Che un procedimento amministrativo sia affidato a un software risponde a canoni di efficienza ed economicità dell’azione amministrativa e si pone certamente in linea con il principio costituzionale di buon andamento dell’azione amministrativa, in quanto consente di realizzare i fini istituzionali con minor dispendio di risorse e riduzione dei tempi procedimentali. Ma il digitale non è senza limiti.

L’attività amministrativa che ha occasionato il “futuristico” filone giurisprudenziale, riferita in particolare a una procedura di trasferimento di insegnanti da parte del Ministero dell’Istruzione, ha condotto il giudice amministrativo a riconoscere al cittadino il diritto di accedere al linguaggio sorgente del software utilizzato dall’amministrazione per disporre i trasferimenti e quindi ad affermare i principi che devono essere assicurati quando si utilizzano strumenti informatici: conoscibilità, comprensibilità, non esclusività della decisione algoritmica (prevedendo il contributo umano nel processo decisionale), tutela dei dati personali, divieto di discriminazioni.

Non solo, alcune recenti procedure concorsuali hanno rappresentato l’occasione per affermare che l’utilizzo dell’informatica e delle procedure digitalizzate nell’ambito della pubblica amministrazione se, da una parte, comportano efficienza, dall’altra non possono rappresentare una limitazione dei diritti dell’interessato in quanto devono collocarsi in una posizione servente rispetto ai procedimenti in cui si inseriscono non essendo concepibile che, per problematiche di tipo tecnico, sia ostacolato l’ordinato svolgimento dei rapporti tra privato e amministrazione. Insomma, l’interesse legittimo è al banco di prova dell’algoritmo, sperando che sia una sfida che si possa comunque vincere.